LAWRENCE NORFOLK È NATO A LONDRA NEL 1963. HA VINTO IL PREMIO SOMERSET MAUGHAM CON IL SUO PRIMO ROMANZO ED È STATO FINALISTA PER L' IMPAC DUBLIN LITERARY AWARD CON IL SECONDO. Parliamo con lui del suo terzo romanzo, appena pubblicato, e della sua carriera come scrittore.
"La caccia al cinghiale" è il suo terzo libro. Può dirci qualcosa della sua carriera come scrittore, come ha iniziato a scrivere e l' argomento dei suoi due romanzi precedenti?
Ho iniziato a scrivere quando ero al college, alla fine degli anni '80. Il mio primo libro " La mirabolante avventura di John Lemprière, erudito nel secolo dei lumi", è stato pubblicato nel 1991. E' un thriller molto particolare, su uno scrittore di dizionario del diciottesimo secolo vittima di una cospirazione contro la sua famiglia. E' una storia che si svolge in tre secoli e, con mia grande sorpresa, ebbe molto successo.
Il mio secondo libro è uscito nel 1996, "Un rinoceronte per il papa". E' un titolo brillante, che dice già la storia. Si svolge nel Rinascimento ed è la vicenda del tentativo, da parte spagnola e da parte portoghese, di corrompere il Papa Leone X. E' un romanzo più lungo e complicato del primo, ambientato un po' dappertutto. Allora vivevo a Chicago, poi sono rientrato a Londra e ho iniziato a scrivere "La caccia al cinghiale".
La prima domanda per un libro come il suo, in cui ognuna delle cinque storie si incastra perfettamente nell' altra, è, da dove ha iniziato? Dall'antico mito? Dalla seconda guerra mondiale?
L' idea è venuta da una poesia di Paul Celan, causa di una controversia nella vita del poeta che fu accusato di plagio. Documentandomi sulla questione mi sono domandato da dove avesse preso l' idea del cinghiale.
Un modo di guardare il mio libro è proprio come ad una risposta a quella domanda. Questo è stato il punto di inizio e poi, siccome ci sono 5 storie nel romanzo, ogni storia doveva essere ben sviluppata ed è stato tecnicamente molto difficile.
Antichi miti e tempi moderni: è sempre affascinante scoprire quanto i miti possano ancora essere adattati per rappresentare la realtà moderna.
Il cinghiale esiste. La caccia esiste. Sotto quella realtà c' è il desiderio umano di uccidere quello che si teme o di morire nel tentativo. Ho scelto il cinghiale perché è un animale che mangiamo e che, in altre circostanze, potrebbe mangiare noi.
Il desiderio umano di uccidere il cinghiale è sempre presente in noi, in una guerra meccanica sarebbe espresso in maniera diversa, più orrenda. Il mito è l' espressione di quel desiderio che deve trovare la sua maniera per esprimersi.
Se non sbaglio, ci sono altri miti sulla caccia - perché proprio il cinghiale?
In tutto il Rinascimento il cinghiale è stato un simbolo di rapacità, ferocia, rabbia, furia distruttrice. Inoltre la caccia del cinghiale calidone ebbe luogo in un periodo interessante, l'ultima volta in cui gli eroi si riunirono in una caccia comune. La volta seguente sarebbe stata con la generazione seguente, per la guerra di Troia. Vedo la guerra di Troia come l' inizio dei tempi difficili, l' inizio della storia umana: c' è un gruppo di uomini che si riunisce per uccidere un altro gruppo di uomini.
Lei è inglese. Qualcuno della sua famiglia è vissuto in Europa durante la guerra, con un' esperienza simile a quella dei giovani di Lemberg?
No, per me è stato un lungo viaggio, un viaggio metaforico, in luoghi psicologici lontani da me. La mia famiglia è dovuta scappare dall' Iraq dopo la Guerra dei 6 Giorni, in fretta e furia. E' stato un viaggio molto difficile, mio padre non viaggiava con noi. Ero piccolo e non ho ricordi, ma mia madre, ogni volta che inizia a raccontarmi quel viaggio, ad un certo punto si interrompe e non vuole più proseguire.
Le note nella prima parte del libro: deve essere stato un tour de force farle diventare qualcosa di più di semplici note erudite del testo.
Scrivere quella parte ha aggiunto 18 mesi alla stesura del libro. E per un effetto ben misero, direi. Mentre le scrivevo, sapevo benissimo che la maggior parte dei miei lettori avrebbe saltato quelle note.
Ma ne avevo bisogno per l 'effetto che davano. In ogni libro ci sono sempre delle parti che si scrivono più facilmente e altre che richiedono grande sforzo. Particolarmente in questo libro.
Ci sono molte domande aperte nel suo romanzo: la più importante è quella sulla Verità nell' Arte, o che cosa è la verità, o se tutto è dicibile o che cosa è dicibile.
Dopo aver scritto due romanzi storici, mi sono posto la domanda senza risposta: "che cosa succede alle storie che la storia non vuole?" E' facile scoprire che cosa ha mangiato il Papa per colazione, è tutto registrato. Ma, dopo che il Papa ha fatto colazione e sono stati portati via i piatti, be', ma che cosa ha preso per colazione il Papa? Questo non è registrato.
E così il 99% delle storie va perso. Tra le storie che non possiamo sapere, la categoria più interessante è quella delle storie che sono impossibili da testimoniare e quindi non hanno neppure la possibilità di diventare Storia. Questo fa parte del libro: viene commesso un atto, un crimine perfetto. Ma un crimine per essere perfetto, non può avere testimoni. La grotta del cinghiale è buia per definizione, non si può vedere niente. Ho cercato di portare la mia storia il più vicino possibile al limite del dicibile - ma non potevo andare oltre.
Lawrence Norfolk, La caccia al cinghiale, Ed. Frassinelli, pp.391, Euro 17.00
Marilia Piccone 13-12-2002