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INCONTRO CON SIMONETTA AGNELLO HORNBY, AUTRICE DE LA MENNULARA
Parla l'autrice di 'La Mennulara'
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Simonetta Agnello Hornby trucco! BISOGNA FARE UN PICCOLO SFORZO PER IMMAGINARE NELLE SUE VESTI DI AVVOCATO A BRIXTON, un quartiere "difficile" di Londra, questa signora bruna di una bellezza tipicamente mediterranea.
   Simonetta Agnello Hornby è diventata immediatamente famosa con il suo primo romanzo, "La Mennulara", una storia ambientata nella Sicilia che ha lasciato più di trent' anni fa per l' Inghilterra. Iaia Caputo parla con lei, presentando il libro alla Feltrinelli- Libri e Musica di Milano.

E' stato detto che "scrivere è ricordare quello che non è successo". Il suo non è un romanzo autobiografico, ma è un romanzo della memoria. Come è nato?
Era il 2 di settembre del 2000 e mi trovavo nell'aeroporto di Fiumicino ad aspettare l'aereo per Londra che era in ritardo. E ho visto questa storia come in un film, con dei protagonisti senza volto. Forse l'idea è nata da una specie di esigenza di rendere un tributo alla mia terra d'origine, in un momento in cui avevo deciso di chiedere la doppia cittadinanza.

Perché la figura della cameriera?
   Durante la mia infanzia in casa si era sempre parlato di Vanna, la migliore cameriera di mia nonna prima della prima guerra mondiale. Una figura mitica per la sua efficienza e per il suo attaccamento alla famiglia. Era stata data in sposa ad un contadino, a titolo di ricompensa.
   E, avrò avuto 4 anni, mio padre mi portò con sé nel feudo di San Giorgio, in campagna, dove andava sempre da solo, perchè ci voleva la jeep per arrivarci. E così ho incontrato Vanna, che abitava in una casa colonica. Quando mi ha visto, Vanna mi ha preso la mano per baciarmela, e io non volevo, e papà mi ha sibilato "dalle la mano". Erano altri tempi, le persone della servitù venivano trattate in maniera diversa. Insomma, l'idea di scrivere di una cameriera mi è venuta dal ricordo di Vanna. E' stata una gioia scrivere questo romanzo, anche se, soprattutto all' inizio, è stato difficile: vivo in Inghilterra dal 1967, quindi ho dovuto imparare di nuovo ad usare l'italiano. Forse è per questo che la lingua sembra un poco arcaica: è quella che ho lasciato quando sono partita dall'Italia.

Il suo è un primo romanzo: le è stato difficile trovare un editore?
No, ma era come se fosse tutto predestinato. Sentivo che il romanzo sarebbe stato pubblicato, così come sento, sono convinta che ne verrà tratto un film. Non sono presuntuosa, ma questo è il destino di questa storia.
   Sapevo solo che l' editore non sarebbe stato siciliano, perché la Mennulara non lo avrebbe sopportato. Devo in ogni modo ringraziare la fiducia che il mio editore ha mostrato in me.

Il libro mostra un grande amore per la Sicilia, ma, nello stesso tempo, è anche un requiem per la Sicilia.
Sono siciliana e amo la Sicilia. Quando me ne sono andata, mio padre c' è rimasto male e mi ha detto,"non diventare straniera" e "parla tutte le lingue, se devi, ma parlale da siciliana".
   E infatti non ho un bell'accento in inglese, così si capisce che sono siciliana. Io non condivido il punto di vista della Mennulara. Il mio libro è un requiem per quella Sicilia, la Sicilia di un certo periodo. Mi è dispiaciuto che sia morta quella Sicilia.
   E' nello stesso tempo la morte di una Sicilia e l'inizio di un' altra Sicilia. I personaggi del libro crescono, vanno fuori a lavorare. Sì, Carmela passa il tempo a fare i puzzle, ma ha anche un amante. La Mennulara stessa, che diceva "sono una criata e lavoro da criata", ha stabilito un esempio rivoluzionario per la gente come lei. I poveri capiscono di essere degni di rispetto: se i padroni mettono un annuncio per la morte di una donna della servitù, vuole dire che anche loro valgono qualcosa.

Aldo Busi ha parlato de "I Viceré" come riferimento per il suo romanzo. A me viene in mente "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa. Mi è piaciuto molto il personaggio di Fatta.
Certi paragoni sono inevitabili, anche se non posso pensare di essere accomunata a degli scrittori così grandi. Sono un pigmeo, a loro confronto. Il personaggio di Fatta è anche il mio preferito. E' uno che rinuncia, ma non ha amarezze, non ha invidia. Lui e Orazio parlano di donne; solo che Orazio agisce con le donne, Fatta osserva, legge.
   Fatta accetta il futuro ma non ha il coraggio dell' azione. Ha una contentezza mesta della sua vita, del suo matrimonio tranquillo senza passione. Mi è stato detto che critico i miei personaggi uomini. In realtà critico la classe sociale medio borghese, ma mi piacciono tutti i miei personaggi, tranne uno che però non dico chi è.

Il mistero della Mennulara non viene svelato, però c' è in tutta la vicenda un aspetto tragico che forse le viene dalla sua conoscenza degli affanni umani: la bambina violentata, separata dalla sorella e, più tardi, dai bambini Alfallipe che ha allevato, la lontananza dai nipoti.
Sono un avvocato dei bambini, pagata dallo Stato. Mi occupo dei bambini abusati sessualmente, tolti dalle famiglie. Un lavoro molto triste ma che dà anche l' opportunità di conoscere gente splendida.
   La Mennulara non è capace di godere e di amare e di essere spensierata perché le hanno tolto la giovinezza. Riesce però ad avere una vita non triste, anche se certamente non felice. Non mi sembra un libro triste. E' un libro che ha delle speranze, perché la gente si accontenta di quello che ha e questo fa sì che vada avanti e si migliori.

E' un romanzo in cui si parla tanto, tutti sanno tutto di tutti. Come è potuto restare un segreto quello che è successo alla Mennulara bambina?
Ci dimentichiamo della Mafia: la gente non parla, non chiede. "Le mura sentono", si dice nel romanzo. Ci sono tanti segreti nelle famiglie e questa è la tragedia della Sicilia.

Simonetta Agnello Hornby, La Mennulara Ed. Feltrinelli, pp.208, Euro 14,00

Marilia Piccone  20-10-2002

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