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INTERVISTA A ROSA MANAUZZI
Dialogo con l'autrice de Il terzo occhio
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Rosa Manauzzi trucco! LAUREATA IN LINGUE E LETTERATURE STRANIERE, ROSA MANAUZZI, GIOVANE cultrice della materia all’Università degli Studi di Roma Tre, propone all’attenzione dei lettori l’opera “Il terzo occhio”, editato dalla casa editrice Corbec.
   L'abbiamo intervistata in esclusiva per Stradanove per saperne di più...

Cosa hai voluto raccontare, o semplicemente esprimere, con questo libro?
   “Il terzo occhio è un organo che dovremmo sviluppare tutti per vivere meglio e più a fondo ogni esperienza che la vita ci riserva. È il racconto di come si può arrivare, l’indicazione del sentiero che ho seguito e che tanti potrebbero sperimentare. Prosa e poesia si fondono e a volte si alternano per descrivere un processo che è soprattutto di riconoscimento: di vite già vissute, di simbiosi con ciò che ci circonda.
   Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che non siamo un piccolo ‘puntino nello spazio’, impotente e destinato a scomparire. Siamo invece parte di una corrente energetica inarrestabile, in cui vita e morte perdono il significato più comune. Nella quotidianità ci lasciamo spesso trasportare dalla paura di perdere (persone, cose) e i nostri sensi si limitano a percepire meccanicamente. Non ci rendiamo conto che l’al di là, descritto come luogo irraggiungibile, è intorno a noi ed è necessario esplorarlo per vivere in maniera più autentica e spirituale (che è cosa diversa da “religioso”).
   Nel libro c’è un racconto che si intitola “Il tec”. Ebbene, il tec è la sillaba trovata tra il tic-tac ripetitivo dell’orologio e, in generale, del tempo artificiale che ci costruiamo ogni giorno. È un momento magico in cui si percepisce qualcosa di inconsueto, che possiamo incontrare solo aprendo un nuovo canale, il terzo occhio appunto. È anche il momento in cui vacilliamo, perché le nostre certezze non bastano più. Ecco, questo vacillamento è forse il fenomeno che desideravo esprimere di più. Una perdita di un vecchio equilibrio che ha lo scopo di farci ricercare nuovi assestamenti, più liberi, insieme ad una visione più vera”.

Perché scrivi?
   “Questa è una domanda esistenziale! È come chiedere ‘Perché vivi?’. E la risposta, in genere, è “perché Dio mi ha creato”. Beh, non so come, ma la scrittura si crea in me continuamente. Forse è un dono, proprio come la vita. Attualmente penso spesso di aver sintetizzato più di qualche sogno con la tastiera del computer (riconosco però ancora la bellezza della carta e dell’inchiostro e persino del carbone sulle pareti!). Da piccola volevo diventare una pianista, ma ho iniziato tardi a studiare. La carriera musicale deve cominciare nell’infanzia.”

Sembri affascinata dal computer…
   “Scopro giorno per giorno la bellezza di ‘suonare’ questi nuovi tasti e mi sforzo di farne sempre uscire della musica perché è un bisogno che mi è rimasto dentro. La carriera dello scrittore per fortuna non ha scadenze brevi, come avviene per la musica. Il cammino è lungo. Sono felice di averlo intrapreso o, per meglio dire, di essere stata scelta. Non so fino a che punto si decidano le vocazioni. Respiro e scrivo, scrivo e respiro e durante queste azioni naturali e vitali sono assolutamente aperta, porosa alla realtà circostante.
   Assorbo tutto e lo filtro attraverso una lente molto particolare, 'un occhio speciale', che non imprime sulla retina solo le immagini; i colori, gli odori, i suoni, le emozioni… sono lì che aspettano solo di essere descritti. E quindi… scrivo!”

Ha ancora senso scrivere poesia in una società come la nostra, che ci bombarda di informazioni?
   “Direi che è necessario. Quando l’ultimo poeta si sarà estinto vorrà dire che non esisterà più nessuno in questo mondo già molto maltrattato. Sembra un paradosso perché in fondo la poesia è un’arte che ha un circuito piuttosto ristretto e quindi difficilmente la massa può trarne vantaggio.
   Ma qui sta la sua magia: scalfisce a poco a poco, come un piccolo martellino che un giorno tocca le mie corde e domani tocca qualcun altro. È un guizzo luminoso, che passa negli occhi di pochi spettatori e, ogni volta che questo accade, qualcuno esce dall’esperienza segnato.
   Tra le centinaia di informazioni che ci piovono addosso, quasi tutte identiche, e per questo recepite per lo più passivamente, la poesia salva codici preziosi, non manipolabili e in grado di far luce sulla verità.”

Qual è il rapporto con la tua città, Latina, dal punto di vista meramente culturale?
   “La mia città è troppo giovane. Ci sono cose buone, a volte, ma lasciate all’iniziativa dei singoli. Per gestire il ‘Palazzo della cultura’ si ricorre a personaggi esterni; le biblioteche languono e chiudono; le associazioni culturali spariscono; i premi letterari vengono tagliati per mancanza di fondi. Latina mi ha fatto crescere culturalmente più per quello che non mi ha dato, spingendomi a ‘fuggire’ a Londra o, per viaggi più brevi, a Roma e in giro per l’Italia a vedere mostre e convegni. In fondo, però, mi ha anche arricchito culturalmente l’impegno profuso nelle associazioni culturali e cinematografiche della città dove mi sono ostinata a lungo ad organizzare eventi e momenti di confronto che la gente qui cerca e non trova. E devo riconoscere che il mare di Latina mi ha ispirato molto. Se fosse valorizzato come merita, il nostro Lido potrebbe diventare come il Golfo dei poeti della Liguria!”.

Quali consigli daresti ad un giovane aspirante scrittore?
   “Bisogna andare avanti per la strada che si è scelta, perché altrimenti tutte le altre non ci faranno vivere felicemente.”

Come sei giunta alla pubblicazione?
   “Per una casualità fortunata. Un incontro con uno scrittore. Ho seguito il suo consiglio di inviare il mio manoscritto alla casa editrice Corbec. C’era in corso una selezione per aspiranti scrittori. Sceglievano i testi migliori per la pubblicazione. Ho provato ed è andata bene.”

Progetti per il futuro?
   “Un saggio di comparatistica su Sartre e Richard Wright di prossima pubblicazione…”

Fernando Bassoli  25-02-2003

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