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INDRA SINHA (ATTENZIONE, SI PRONUNCIA SINGA, LUI CI TIENE MOLTO - GIUSTAMENTE- che il suo nome sia conosciuto correttamente) è nato in India e ha passato l'infanzia a Bombay, Hyderabad e nel Rajasthan. Ha studiato prima in India e poi in Inghilterra a Cambridge. Ha iniziato a lavorare come copywriter, carriera che gli ha portato premi e riconoscimenti e gli ha permesso di aprire una clinica medica gratuita nel Bhopal per aiutare le vittime del tremendo dramma del 1984 quando ci fu una perdita di gas tossici dalla fabbrica di pesticidi della Union Carbide. E' per queste vittime (nascono tuttora bambini anormali, figli delle donne che allora erano bambine) che Sinha ha dato vita alla Campaign for Justice in Bhopal. E' arrivato a Milano direttamente dall'Inghilterra in Land Rover: ha cercato un parcheggio, si è andato a sciacquare la faccia ed è lì, con una splendida chioma leonina, pronto a parlare del suo primo romanzo, "La morte di Mr.Love".
Lei ha scritto un bellissimo libro sull'India. Mi sembra però che l'India degli anni '50 appaia più viva dell'India del 1999, quando il protagonista vi fa ritorno. E' perché è un'India vissuta nella memoria? Quando ha lasciato l'India? E' quella la sua India? Sì, in parte è così. Penso che per me quell'India rappresenti la fine di un tempo ideale, di un tempo in cui tutto sembrava ancora possibile. Sì, Gandhi era stato assassinato, ma c'era molto idealismo nel paese, la sensazione che ci fosse una nazione importante da costruire. Se guardiamo all'India di oggi, l'idea è che si è passati da una politica idealista a una politica delle fogne. Si fa appello al settarismo, si fomenta l'odio come maniera per guadagnare dei voti. Non so veramente come gli uomini politici, o persino alcuni degli attuali ministri, possano vivere in pace con se stessi. C'è stato il caso della moschea di Ayodhya che è stata distrutta interamente, pietra dopo pietra, perchè si diceva che era stata costruita su un tempio indù. Bene, non so come possa dormire sonni tranquilli il ministro che ha sostenuto questa impresa, sapendo che la distruzione della moschea ha scatenato tumulti fra indù e musulmani in tutta l'India, in cui famiglie intere morirono, persino bambini furono uccisi nei massacri che seguirono. Ho lasciato l'India tantissimo tempo fa, alla fine degli anni '60, ma ritorno regolarmente, scrivo mentre sono là. Anche adesso sono appena stato due mesi in India.
Il personaggio di Maya è il più affascinante tra i personaggi femminili: è ispirato da qualcuno che conosce? In parte sì. Ha qualcosa di mia madre, ma non lo è, è diversa. Non so da dove mi sia venuta. Maya è il tipo di donna, o meglio, il tipo di persona che mi piace, forte, che ha capacità di discorso, piena di desideri.
Si parla molto di karma. Che cosa è il karma per lei? Karma nell'induismo significa che quello che fai in questa vita darà forma alla tua prossima vita. Ognuno porta con sé il karma di vita in vita e finché non esaurisci il tuo karma e ripagato tutte le tue morti karmiche, continui a nascere di nuovo e di nuovo in questo mondo. C'è la storia di quel saggio a cui un uomo chiese come si potesse ottenere la libertà dal ciclo della rinascita e il saggio lo ha portato su una delle più alte montagne dell'Himalaya, gli ha mostrato una cima alta e considerevolmente più massiccia delle altre intorno e gli ha detto: "Quella montagna è fatta delle tue ossa di tutte le tue vite precedenti e diventerà ancora più grossa prima che tu riesca a liberarti." Maya pensa diversamente. Maya era socialista e diceva di non avere tempo per la religione. Uno dei problemi del karma è che dà la possibilità ai ricchi di giustificare la loro posizione, perché se hai fatto qualcosa di cattivo nella vita precedente, lo devi pagare. Perciò, se uno è povero, chissà che cosa ha fatto per meritarselo. E Maya è contro questo. La sua visione del karma è che il nostro karma è qui e adesso e noi viviamo non solo il nostro karma ma dobbiamo sopportare anche quello di altri.
Si parla molto anche della morte, della morte come fine dei ricordi della persona che muore: è per questo che si scrive? per tener vivi i ricordi? Domanda interessante. Non ci ho pensato ma potrebbe essere uno dei motivi. Si perde tanto per non aver ascoltato con attenzione i racconti della generazione che ci ha preceduto. Per esempio, mio padre andava a caccia negli anni '20 usando come armi dei moschetti del tipo di quelli usati durante la guerra civile americana. Ma io ho saputo di questo solo nel '99. Se penso a tutte le storie dei miei nonni che sono andate perse. E' uno dei corollari dell'invecchiare. Capisci che i vecchi muoiono e tu ti rendi conto di quanto hai perso.
Maya scrive, Sybil scrive, Bhalu ha un negozio di libri: si sente il fascino della parola scritta in tutto il suo libro. Anche io ho troppi libri, mi sarebbe piaciuto avere un negozio di libri come Bhalu e non avere mai nessun cliente, in modo da poter restare lì in pace a leggere tutto il giorno. Sì, forse si scrive un po' troppo in questo romanzo. Ma all'epoca di Maya e Sybil era di moda in quella società scrivere qualcosa, tutte le signore scrivevano o un romanzo o un'opera di teatro.
Il caso Nanavati che è al centro del romanzo. Come mai lo ha scelto come spunto per il suo libro? Sapevo qualcosa su questo caso. Sapevo forse di più di quanto sapesse il pubblico. Ecco perché ho scritto il libro e perché la mia vendetta è quella del personaggio del romanzo, la vendetta di lasciare in sospeso il colpevole, che abbia sempre paura che qualche rivelazione possa rovinare lui e la sua famiglia. Era un caso interessante, il caso di un assassinio con tutte le attrattive che questo può avere. Avrebbe potuto essere il soggetto per un film di Bollywood. Era uno di quei casi giudiziari in cui c'è un sacco di gente fuori del tribunale, e poi tutto faceva sensazione, il teschio nell'aula sul banco dei testimoni, c'erano donne che facevano proposte a Nanavati. E poi questo caso ebbe anche altri risvolti, cambiò il sistema giudiziario. Dopo che il verdetto fu capovolto, fu anche abolita la giuria nei processi in India. Un'altra diretta conseguenza fu anche la scarcerazione dell'assassino di Gandhi che era stato in prigione per 26 anni e si unì al movimento di sinistra che doveva portare alla demolizione della moschea di Ayodhya. Ogni cosa ha le sue conseguenze, si dovrebbe pensare più attentamente a tutto quello che facciamo. Ma non posso dire di aver scelto il caso come soggetto del mio libro per quel motivo. In realtà il libro è iniziato come una raccolta di storie di viaggio in India e la rievocazione di questo caso giudiziario era una di queste storie, con il risvolto del ricatto che pochi conoscevano. Poi mi sono reso conto a poco a poco che era una storia più grande. I personaggi sono venuti a me da soli, non li ho inventati.
Si parla anche di Gandhi nel romanzo: è cambiata la sua immagine in India? La gente considera diversamente la sua maniera di protestare? Sì, è cambiata molto. Una volta in ogni ambasciata c'era un quadro di Gandhi che veniva chiamato "il padre della nazione". Ma se si considera la politica del momento, ci si accorge che il governo è ben lontano dal sogno di Gandhi di un'India libera. Gandhi in realtà ha anche detto molte cose sciocche. Era un ingenuo. Si è detto che è stato fortunato a dover combattere gli inglesi, perché se si fosse trovato Hitler come nemico, sarebbe stato fucilato immediatamente. E però questa idea della non-violenza ebbe un'enorme potenza morale. Oggi tutto questo sembra inappropriato, antiquato e ingenuo.
Lei scrive in inglese, come molti altri scrittori indiani - strano destino, quello dell'India, di aver mantenuto l'inglese come lingua letteraria dopo aver combattuto per l'indipendenza. Non mi considero uno scrittore indiano che scrive in inglese, sono una persona che scrive in inglese. D'altra parte vivo da talmente tanto tempo in Inghilterra, mia madre era inglese, sono cresciuto parlando inglese e l'hindi è la mia seconda lingua. Anzi devo confessare che, quando vado adesso in Bhopal e mi si chiede di fare un discorso in hindi, mi sento imbarazzato perchè mi pare di non riuscire ad esprimere tutte le sfumature di quello che voglio dire in hindi.
Ho letto che si interessa attivamente in Amnesty International e che appoggia una campagna per la giustizia nel Bhopal. Ho lavorato per Amnesty International e mi occupo della campagna per la giustizia in Bhopal, dove sono aiutato da persone straordinarie. Ho un amico fotografo che ha fatto servizi in Vietnam, in Congo, a Cipro e la macchina fotografica gli è sempre servita come una specie di filtro, una lente attraverso cui guardare le cose, come se lui non fosse stato là. Dopo è stato tormentato da incubi tremendi, tanto che per trovare un po' di pace ha cercato rifugio nella fotografia di paesaggi e nel buddismo. Io ho vissuto fino a un certo momento senza rendermi conto pienamente di quello che succedeva intorno a me nel mondo, poi, dopo aver iniziato a lavorare per Amnesty, mi è stato impossibile chiudere gli occhi. chi vuol sapere di più sul dramma del Bhopal, può andare sul sito: www.bhopal.net oppure www.bhopal.org
Indra Sinha, La morte di Mr.Love, Ed. Neri Pozza, pagg.572, Euro 17,60
Marilia Piccone 30-05-2003
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