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INTERVISTA AD ANNA GAVALDA
Intervista ad Anna Gavalda, autrice di 'Io l'amavo'
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Anna Gavalda trucco! ANNA GAVALDA A 29 ANNI AVEVA GIÀ PUBBLICATO IL SUO PRIMO LIBRO ED ERA GIÀ famosa in Francia. Adesso di anni ne ha 32 ed è appena uscito il suo secondo libro in italiano. E' bionda, sottile, difficile credere che abbia due bambini. Riflette sempre un attimo prima di parlare e in quello che dice c'è un miscuglio di tristezza e di spensieratezza, un umorismo lieve e delizioso. Ha fatto un sacco di lavori prima di diventare insegnante di francese e scrittrice: la fiorista, la commessa, l'indossatrice, la traduttrice. Parliamo con lei di "Io l'amavo".

   Il suo primo libro, "Vorrei che da qualche parte ci fosse qualcuno ad aspettarmi", era una raccolta di novelle. Ha trovato più difficile scrivere un romanzo?
   La difficoltà del passaggio dallo scrivere novelle a un romanzo è una cosa teorica, perché in realtà è la stessa cosa. Io non penso in termini di genere letterario, penso in termini di storie corte, storie medie, storie lunghe. Sapevo che NON dovevo scrivere ancora delle novelle. Dopo il successo del primo libro sapevo che il paragone sarebbe stato a mio svantaggio: è fatale che si finisca per dire che uno è meglio dell'altro. Perciò dovevo cambiare genere. Però non mi sentivo ancora capace di affrontare il romanzo, non mi pareva di avere "il soffio" del romanzo, e così, aggirando l'ostacolo, ho scritto un lungo dialogo, una conversazione. La difficoltà inizia adesso, adesso devo scrivere un romanzo. In genere io scrivo "in punta di penna", non ho un piano. Prima di incominciare ho in mente l'inizio, la fine e qualche scena intermedia, e devo collegare il tutto. Alla fine il libro non è quello che avevo in mente all'inizio ed è questo che è formidabile. Ho sentito qualche scrittore dire, "Scrivo un libro per sapere che cosa c'è dentro". Ecco, anche per me è così: scrivere è costruire dei personaggi e lasciarli vivere.

Il tema di "Io l'amavo" è quello dell'abbandono, oppure è piuttosto quello della fine dell'amore e della difficoltà di rendersene conto?
   Mi sono state fatte tante domande sulla coppia, ma io non so rispondere, non sono una teorica dei sentimenti, non voglio dare dei consigli sull'amore. Mi piace raccontare delle storie, mi interessa l'abbandono perché una coppia felice non fa storia. Se si parla di una coppia felice bisogna far accadere altre cose nella storia, figli, vita professionale. Mi sembra che la difficoltà in amore sia un buon soggetto per un romanzo che interessi i lettori. E poi sono sensibile a queste storie perché io sono divorziata, i miei genitori sono divorziati, vedo amici che sono nel dubbio e sono in crisi.

Se il matrimonio è in crisi, è perché c'è più onestà o meno sforzo per risolvere i contrasti?
   E' sempre difficile teorizzare. Penso che adesso siamo tutti molto più esigenti. La famiglia è esplosa, la famiglia è cambiata, ormai la famiglia è le persone che si incontrano nella vita e che si amano come famiglia. I miei genitori si sono entrambi risposati e io li accetto entrambi con le loro nuove famiglie. Mi diverte che abbiano ricreato due famiglie diverse da quella che facevamo insieme. Ma, visto che sono felici, è interessante. Mi domandano spesso che cosa sia meglio fare, se separarsi o no e io non ho risposte. E' chiaro che il mio libro è un'apologia della felicità e questa passa attraverso una complicità d'amore. Niente è peggio che essere soli in due, ma altri potrebbero sentirsi peggio ad essere soli da soli. Parlando di famiglia, c'è un altro tema che mi appassiona molto ed è il legame tra fratelli e sorelle, soprattutto la diversità che ci può essere tra di loro, come ho raccontato in una delle mie novelle, come nella trama di quello splendido romanzo di Steinbeck, "La valle dell'Eden", il fratello buono e il fratello cattivo, una storia appassionante. Che peccato che si conosca più il film che ne è stato tratto che il libro.

All'inizio di "Io l'amavo" si pensa che Chloé sia il personaggio principale, poi, invece, è Pierre che diventa la figura più interessante, quest'uomo sessantacinquenne che sembra diventare umano solo due volte nella sua vita, con l'amante e con la nuora.
   L'idea di partenza del mio libro non è stata Chloé. Chloé non mi interessa. Chloé è venuta dopo perché ci fosse un personaggio a cui lui, Pierre, parla. Volevo un libro con una storia in cui il narratore fosse più vecchio di me. Volevo vedere se ero capace di mettermi nei panni di un personaggio così. Mi piacciono il passato, le storie, le confessioni di un uomo che ha già vissuto.

C'è qualcosa di lei nel personaggio di Chloé?
   La cosa più autobiografica nel personaggio di Chloé è la sua relazione con le bambine che rispecchia il mio rapporto con i miei figli, un miscuglio di familiarità e tenerezza. Non sono una mamma-compagna ma non amo neppure l'autorità, perché non penso che si arrivi a dei buoni risultati con un'educazione autoritaria. Passo molto tempo con i miei bambini. La differenza è che Chloé ha una volontà di essere felice, una facilità a vivere che io non ho. Io assomiglio più a Pierre, sono troppo intellettuale, troppo cerebrale, mi faccio sempre tante domande su tutto. Forse se fossi più semplice non scriverei libri.

Anna Gavalda, Io l'amavo, Ed. Frassinelli, pagg.192, Euro 14,00

Marilia Piccone  05-04-2003

trucco! - Leggi la recensione di "Io l'amavo"

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