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OLGA MERINO, NATA A BARCELLONA NEL 1965, HA VISSUTO CINQUE ANNI IN RUSSIA, dal 1993 al 1998, come corrispondente per El Periódico de Cataluña e ci racconta che si è innamorata immediatamente del paese, con tutte le sue contraddizioni, posto così com'è tra Oriente e Occidente, una terra dalle enormi ricchezze naturali e dalla miseria diffusa, con gente coltissima che riceve stipendi bassissimi, capace di assassinare i suoi poeti e nello stesso tempo nutre dei poeti che muoiono per la loro poesia. Olga ci dice anche che ha un debito personale con la Russia, perché questa esperienza le ha dato una storia di cui scrivere nel suo primo romanzo, "Ceneri rosse".
Lei è stata inviata speciale in Russia. Era a Mosca negli stessi anni in cui è ambientato "Ceneri rosse", quale è stata la sua prima impressione? Sì e c'è anche qualcosa di buffo nel mio arrivo in Russia. Il mio sogno era di essere inviata in un paese dell'America Latina e, quando mi offrirono di andare a Mosca, ebbi 10 giorni per decidermi. Ero giovane, avevo 27 anni, ed ero un po' incosciente. Era il gennaio del 1993 quando sono arrivata. Non ero mai stata prima né in Russia né in alcun altro paese dell'est dell'Europa, non conoscevo né la lingua né la cultura. La prima impressione è stato uno shock in tutti i sensi, dal clima, c'erano 25 gradi sotto zero, tutta quella neve...Quando sono uscita dall'aeroporto mi sono chiesta: "ma dove ti sei cacciata?" Era tutto un'avventura, ad iniziare dal fare la spesa e organizzare la vita domestica. Abitavo a 30 Km.di distanza dal centro, ma in Russia è normale. La città ha un diametro di 80 Km. e poi era tutto strano, non c'erano taxi, dovevi metterti in strada, stendere la mano e fare segno alle macchine di fermarsi e quindi erano cittadini qualunque che offrivano passaggi e bisognava contrattare sulla tariffa, sotto la neve. E però fu un privilegio poter testimoniare il passaggio dal sistema comunista alla democrazia, dall'economia pianificata alla libertà di mercato. Successero tantissime cose in sei mesi, fino a quando i deputati del Soviet Supremo si trincerarono nella Duma e Eltsin fece accerchiare il Palazzo Bianco ignorando la costituzione sovietica. Sia nel campo personale sia in quello professionale c'erano degli stimoli continui per me.
Quali sono stati i cambiamenti nello stile di vita che ha osservato negli anni in cui era là? Sono stati quelli che ho cercato di descrivere nel libro. Prima c'era una società paternalistica in cui tutto era garantito, dalla sanità alla scuola, e adesso restava questo gigante che si scopriva avere i piedi d'argilla e la maggiora parte della gente si è trovata abbandonata al suo destino.
"Ceneri rosse" è un romanzo con personaggi russi e poi c'è questo personaggio anomalo, interessante perché è uno spagnolo in Russia, uno dei "bambini della guerra" di cui non conoscevamo l'esistenza, un eroe "antieroe". Quella di Ginés è una storia particolare, riguarda un errore storico di dimensioni tremende e il mio libro vuole essere un "piccolo omaggio" alle vittime di questo errore. Pochi sanno che, durante la guerra civile spagnola, tra il 1937 e il 1938, 8000 bambini furono evacuati perché non subissero i pesanti bombardamenti nel Nord della Spagna. 3000 furono portati in Russia ed è indicibile quello che questi bambini hanno sofferto, sradicati dalle loro famiglie e dalla loro cultura, con i ricordi della guerra. Soltanto sentire i racconti del viaggio, di questi piccoli che piangevano e chiamavano la mamma, è molto penoso. E poi non sono più rientrati in Spagna. Alla fine della guerra c'era il franchismo e questi bambini ormai cresciuti che tornavano da un paese comunista non erano graditi. Le famiglie si erano disperse, molti di loro non avrebbero avuto una famiglia a cui tornare. Quelli che provarono a tornare, negli anni '50, venivano guardati con sospetto e non riuscirono ad adattarsi. Bisogna dire, però, che furono trattati benissimo in Russia: vennero fatti studiare ed ebbero anche degli insegnanti spagnoli perché non perdessero la conoscenza della loro lingua.
Il romanzo inizia con una morte e si chiude con una morte. E' solo un'esigenza della trama? La prima morte è proprio un espediente letterario. Volevo catturare l'attenzione del lettore e ho iniziato con questo filone giallo che poi in pratica viene abbandonato, altrimenti temevo che il tema sarebbe risultato troppo arido e difficile. La nonna stalinista doveva scomparire perché è il simbolo di tutta un'epoca, penso che lo stesso processo debba avvenire a tutto il paese, riconoscere le sue miserie, il passato sporco. La catarsi di Ljudmila avviene, più ancora che con la morte, imparando a memoria la poesia della Anna Achmatova. E, parlando dei poeti morti, di recente è uscita una ricerca interessante dello studioso Chentalinski che ha passato anni a fare ricerche negli archivi segreti del KGB per sapere quello che è successo agli scrittori arrestati o sottoposti alla repressione comunista. I numeri sono impressionanti: sono 3000 gli scrittori che hanno subito arresti o punizioni e 1500 quelli che sono finiti nei Gulag o fucilati. Ma il paese non è ancora in grado di assimilare queste nozioni e Chentalinski è accusato di essere revisionista.
Noi paesi dell'Europa Ovest fantastichiamo di una "grande madre Russia": esiste? Sì esiste, esiste la cultura, la musica, la letteratura, esiste l'amore che i Russi hanno per il loro paese. Un mio amico mi ha raccontato un sogno: volava con un aereo e sotto vedeva terra, terra che si estendeva all'infinito e tutto era sporco. La visione era una metafora del suo paese, ma, nonostante tutto, nonostante la sporcizia e il malgoverno, lui amava questa terra che era la sua.
Olga Merino, Ceneri rosse, Ed. Frassinelli, pagg.241, Euro 16,00
Marilia Piccone 13-04-2003
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