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MINUTA, BIONDA, CON GLI OCCHI AZZURRI, JENNY MCPHEE NON ASSOMIGLIA A Marie, la protagonista del suo romanzo. Anche Jenny, come Marie, vive a New York, ma Marie è single, Jenny è sposata con un italiano, ha due bambini e attualmente fa la spola tra New York e Firenze. Marie ha un fratello, Jenny ha quattro sorelle e un padre famoso, John McPhee, vincitore del Premio Pulitzer per la saggistica nel 1999. Sono andata a incontrarla a Firenze per parlare con lei del suo romanzo appena pubblicato, "Il centro delle cose", e il tempo è passato in un attimo, tra domande sul libro, racconti della sua straordinaria famiglia (che ricorda quella delle sorelle Brontë), scambio di idee su libri e su film.
Un titolo intrigante, "Il centro delle cose". Che cosa è il centro delle cose? Il centro delle cose è, prima di tutto, New York, che pensa di essere il centro del mondo. Poi è Marie stessa, che cerca di capire quale sia il suo vero desiderio, che cosa voglia fare della sua vita. La diva stessa, Nora Mars, nel suo narcisismo, è al centro delle cose. E infine, per quello che riguarda il discorso scientifico, gli uomini hanno iniziato pensando di essere al centro dell'universo, poi, con Galileo e Newton abbiamo imparato che la terra è un pianeta qualsiasi. Con la meccanica quantistica siamo di nuovo al centro delle cose perché non c'è nessuna realtà senza l'osservatore.
Questo è il suo primo romanzo, eppure Lei ha sempre vissuto in mezzo ai libri. Ho sempre voluto raccontare delle storie, fare la scrittrice. Mia madre ha ancora i fogli con quello che scrivevo quando avevo tre anni seguendo uno di quei metodi di scrittura precoce che si usavano allora. Mio padre è uno scrittore, ho quattro sorelle che sono scrittrici. Hanno tutte pubblicato un libro: due di noi hanno scritto un romanzo, la più piccola un libro sulla politica americana, la più grande è fotografa e il suo è un libro di fotografie e scritti. Un'altra mia sorella ha scritto un libro su Bernini e San Pietro. Certo, in una famiglia così numerosa in cui tutti scrivono, c'è molta competitività ma anche questa può essere positiva se usata a buon fine. E' bello appartenere ad una famiglia di scrittori: scrivere è un impegno solitario ed è confortante sapere che c'è sempre qualcuno con cui parlare se ci sono dei problemi, o di scrittura o di pubblicazione. Qualcuno che capisce che cosa vuol dire, vivere scrivendo.
Nel romanzo ci sono tre grandi amori: per il cinema, per la scrittura e per la filosofia della scienza. Il cinema e la filosofia della scienza sono due argomenti molto distanti ta di loro. In passato avevo scritto solo racconti. Quando ho deciso che avrei scritto un romanzo sapevo che ci avrei dedicato due anni della mia vita e volevo passarli con qualcosa che mi piacesse veramente: il cinema americano degli anni '40 e '50 mi ha sempre appassionato e poi volevo qualcosa di diverso che costituisse una sfida per me, qualcosa che mi ha sempre interessato e intimidito, la teoria dei quanti. Mi sono laureata in lettere e, studiando il critico inglese Samuel Johnson, mi è rimasto impresso il suo principio secondo cui in un buon libro ci devono essere due idee diverse portate insieme con violenza, per vedere che cosa ne esce fuori. E' stimolante ravvicinare due argomenti così lontani tra di loro. Per quello che riguarda il cinema la mia autobiografia è vicina a quella di Marie: da bambina guardavo i film vecchi in TV e le dive di allora sono rimaste incredibili. Poi ho scoperto che in quel periodo Hollywood era gestito dalle donne perchè gli uomini erano in guerra. C'erano donne alla sceneggiatura, alla regia, e si avverte ovunque una sensibilità femminile, della donna di potere che sfrutta tutti i suoi vantaggi, da quelli sessuali a quelli intellettuali, per guadagnare ciò che vuole. Quel tipo di donna mi ha ispirato molto. Quanto alla filosofia della scienza, tra gli esami della facoltà di Lettere ce n'erano anche due di scienze. Uno era Fisica per Poeti e mi ha colpito la frase dell'insegnante che diceva che la Fisica, ai livelli più alti, è una metafora. Quest'idea mi è piaciuta e mi ci sono voluti 10 anni per cercare di capire quello che voleva dire: ecco, è in questo romanzo che lo esploro.
Ha ancora la passione per il cinema? Sì, infatti lavoro all'Italian Academy for Advanced Studies di New York e curo una rassegna di film italiani. Abbiamo iniziato con il neorealismo e ho cercato di far vedere non solo i film più noti, come "Roma città aperta", ma anche quelli meno conosciuti in America, come il bellissimo "Riso Amaro" o "Una giornata particolare". Invitiamo delle persone a parlare del film e il successo è stato incredibile: abbiamo un pubblico di 250 persone e non solo studenti.
Che cosa pensa del cinema americano? In America è ancora Hollywood che detta legge sul cinema, non ci sono dei fondi per finanziare i giovani registi, come in Italia e in Francia. Quindi è triste, ma in America non ci sono dei film indipendenti, dei film di rischio o di prova come ci sono in Europa. Perciò i film americani continuano ad essere delle "americanate", con dovute eccezioni, naturalmente.
Quale attrice, o forse più di una, aveva in mente per il personaggio di Nora Mars? Sì, certamente più di una, da Veronica Lake a Bette Davis, da Gene Tierney a Joan Crawford, e poi attrici degli anni '50, prima tra tutte Marilyn Monroe, naturalmente. Doveva venirne fuori il personaggio de "la Diva".
L'intellettuale freelance Marco Trentadue è il personaggio più "curioso" del romanzo, ad iniziare dal suo nome. Il personaggio di Marco Trentadue è un enigma - l'origine del suo nome è un segreto. Si tratta di un tema di prospettiva: dapprima Marie lo vede come un individuo singolare, senza casa, un pazzo che vive in biblioteca in pigiama. Poi inizia a parlare con lui - lui non cambia, è la prospettiva di lei che cambia. Allora lo vede come più che uno pseudointellettuale e il pigiama diventa un vestito di alta moda - dipende da come uno percepisce le cose. E' il problema dell'amore che tende a far sì che l'innamorato proietti sull'altro quello che lui vuole che l'altro sia. Solo alla fine Marie riesce a lasciare che Marco sia quello che è. Il suo personaggio, comunque, è rimasto un enigma anche per me mentre scrivevo il libro. Nelle bozze non sapevo se fosse una persona reale o no.
Le citazioni - splendida parte fittizia del romanzo - da dove vengono? Per metà sono rubate ai film degli anni '40, sono citazioni che avevo raccolto io stessa per anni guardando i film. Un'altra parte viene dagli scrittori più diversi - una ricerca senza fine. Anzi, a volte mi mettevo a cercare delle frasi interrompendo apposta la scrittura, se ero in un momento difficile. Alcune le ho inventate io, molte sono della mia nonna che ha sempre avuto la battuta pronta. Mi piacciono queste battute - dicono tutto in cinque parole.
La scrittura e il giornalismo - c'è un'etica della notizia? Gli scrittori che mi piacciono sono quelli che si pongono una questione morale, come Graham Greene o Muriel Spark, e ci lavorano sopra. Scrivere significa aver qualcosa da dire, qualcosa che vuoi far venire fuori. La stessa cosa è per il giornalismo. Il merito del postmodernismo è aver dato l'idea che non esiste l'obiettività. Siamo creature del nostro contesto. Ecco, l'etica è essere consapevoli che non esiste l'oggettività. Si può solo cercare di capire che cosa vuol dire lo scrittore. Quanto al giornale scandalistico, secondo me è il tipo di giornale più onesto perché offre apertamente il tipo di notizie che dopo tutto riportano anche gli altri giornali. Mi serviva nel mio romanzo per prendere il nocciolo del vero e mostrarlo dalle prospettive più assurde.
Tra il giornalismo televisivo e quello tradizionale dei quotidiani - quale è più pericoloso per manipolare il pubblico? Senz'altro quello televisivo perché raggiunge più gente. In America moltissimi non leggono il giornale ma guardano la TV e la notizia in televisione non è mediata, non c'è riflessione. Che cosa unisce Hollywood alla teoria dei quanti? C'è un filone che li unisce: la particella ha diverse possibilità, solo quando è vista da un osservatore diventa quello che è. La realtà si definisce nella sua osservazione. Ugualmente avviene per la diva che è diversa secondo chi la guarda, è quello che noi vogliamo che sia.
Era a New York l'11 settembre? Sì, ed è stata un'esperienza surreale. Abito nell'upper west side e ho visto l'intera scena in televisione proprio come il resto del mondo. Era una bella giornata, sono andata a prendere mio figlio a scuola e siamo andati al parco con altri bambini e gente che abita vicino a noi, come se fosse vacanza. Sapevamo che là c'era la fine del mondo e noi, a poche miglia di distanza, non ne eravamo toccati. Più tardi quella sera, e per tutta la settimana seguente, quando il vento soffiava nella nostra direzione, si sentivo il puzzo acre che giungeva a noi da Manhattan. Era veramente molto strano. Mia sorella fa la fotografa e così il giorno dopo sono andata con lei a Ground Zero. Mi era impossibile accettare che fosse vero quello che era successo. Era la prima volta in vita mia che vedevo di persona una tragedia di proporzioni così enormi causata dall'uomo. Essere stata testimone da vicino di una strage simile ha cambiato in profondità il mio senso della storia, della guerra, dell'assurdità umana. Non è che non sapessi che era tutto possibile, che era già successo e che sarebbe successo ancora, ma sapere qualcosa con l'intelletto è molto diverso dal farne un'esperienza quasi viscerale.
Jenny McPhee, Il centro delle cose, Ed. Neri Pozza, pagg. 222, Euro 14,50
Marilia Piccone 23-02-2003
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