Com’è nata l’idea di questo romanzo?
Da una necessità. Come diceva Pasolini “Niente può diventare necessario a chi lo legge se non lo è stato prima per chi lo ha scritto”. Ecco, io sentivo il bisogno di narrare la storia di una famiglia tra gli anni Settanta e Ottanta, raccontare attraverso loro cos’è successo in quegli anni, uccidere il mito della psicanalisi. Poi, chiaro, le storie ti esplodono tra le mani, alcuni personaggi prendono il sopravvento: in “Arrivano i pagliacci” è successo con Zuellen, che ho dovuto spedire in Portogallo perché non invadesse troppo il romanzo.
Sembri entusiasta del risultato.
Questo romanzo io lo amo moltissimo perché finalmente mi rappresenta. Cosa che non è successa né col mio primo libro, che pure era dichiaratamente autobiografico, né con quello successivo: finito di scriverli, ho cominciato a guardarli come fossero vecchie foto, con un sentimento misto di tenerezza e senso del ridicolo. Forse perché la scrittura era inquinata da esigenze private: dovevo dire tante cose a me stessa e ai miei cari.
E stavolta non ci sono elementi autobiografici?
Ci sono sempre. La protagonista è poco più giovane di me, gli anni di cui parlo sono gli stessi che abbiamo respirato io e i miei genitori. Credo che il complimento più bello che mi sia stato fatto è che, leggendo il libro, i giovani ci si riconoscono mentre gli adulti si commuovono.
Qual è il tuo rapporto col passato? Ti riconosci nell’atteggiamento nostalgico di tanti 25-30enni?
Mi ci riconosco in pieno. Penso che tutto nasca dalla necessità di trovare qualcosa di fermo in un momento in cui niente lo è. Non ci sono No forti da dire perché, anche in politica, non ci sono neanche Sì pronunciati stentoreamente: in mancanza di ideologie, sono tanti quelli che idealizzano il passato, si aggrappano a qualsiasi cosa, “fanno famiglia” con tutti.
Come sono stati i tuoi esordi?
I miei giorni sono stati imbrattati d’inchiostro da sempre. Fin da bambina, a chiunque mi chiedesse cosa volevo fare da grande, rispondevo: la scrittrice e la rivoluzione. Il primo romanzo l’ho scritto a sei anni, s’intitolava “Sara e Ricky” e si ispirava ai cartoni animati di allora: tutti i personaggi erano buoni, poveri, generosi… Una palla assoluta! Ricordo con tenerezza due cose: primo, avevo scoperto il verbo “annuire” e mi piaceva tantissimo, lo infilavo ovunque potevo; secondo, ero convinta che nel momento in cui esaurivo le pagine del quaderno, avrei dovuto finire anche il romanzo. Un bel po’ di tempo dopo ho avuto la fortuna di partecipare alla selezione del Campiello Giovani. Poi Cesare De Michelis della Marsilio, che è una delle case editrici italiane più serie, si è innamorato di “Una vita sottile” e ha deciso di pubblicarlo.
In primavera vedremo su Raiuno il tv-movie tratto proprio da “Una vita sottile”. Tu l’hai già visto: che sensazione ti ha dato?
Ero molto curiosa ma non preoccupata. Ho molta stima sia dei due sceneggiatori, Lidia Ravera e Mimmo Rafele, sia del regista, che è Gianfranco Albano. Ero quindi sicura che avrebbero fatto un bel lavoro.
Che tipo di lettrice sei?
Famelica! Leggo da sempre di tutto, sia per passione che per lavoro. Sono molto istintiva nella scelta: spesso compro un libro solo perché mi colpisce la copertina… Uno dei miei libri del cuore è “L’idiota” di Dostoevskij. E poi ho una passione sfrenata per ascoltare e raccontare storie.
L’ultimo libro che hai letto?
Un regalo, “Il gioco perfetto” di Leonard Cohen. Concordo pienamente con Gabriele Romagnoli che ha detto “È stato scritto ieri, potrebbe essere scritto domani”.
Hai modelli letterari?
Moltissimi, ma in questo nuovo romanzo ho cercato di liberarmene. I miei primi due libri pulsavano di citazioni, a me piacciono le storie che pulsano di vita. Spero di esserci riuscita, perché era quello che volevo.
Si sta concludendo la tua esperienza televisiva a “Parola mia”. Un bilancio?
All’inizio avevo molti dubbi di natura professionale; inoltre sapevo che mi avrebbe pesato vivere in albergo, lontano dalla mia città. Ma adesso ho il cuore distrutto al pensiero di lasciare il programma. Devo davvero tanto a Gianni Minoli e Luciano Rispoli: sono stata in questa specie di bolla autogestita per tre mesi ed è stata un’esperienza esaltante, grandissima dal punto di vista professionale e molto divertente dal punto di vista umano. Alla fine si è creata con tutti un’atmosfera quasi da liceo: ho già comprato 57 copie di un libriccino sulle distanze naturali che distribuirò a tutto lo staff.
Tornerai in tv?
Da metà febbraio condurrò da sola, in tarda serata su Raiuno, “Gap”, un confronto generazionale tra un gruppo di giovani e alcuni personaggi importanti. I primi saranno Marco Lodoli e Marcello Veneziani.
Se dovessi scegliere tra tv e scrittura?
Sicuramente la scrittura. Ho un’ansia di comunicare che mi possiede tutta.
Lavori già a qualcosa di nuovo?
Per adesso mi godo questo momento. Comunque una storia tra le dita ce l’ho già: doveva essere ambientata in un set cinematografico, penso che la trasferirò in uno studio televisivo.
Angelo Surrusca 24-01-2003