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Si parla di Razorama come punto di svolta rispetto alla tua scrittura, ma anche rispetto al fatto che pare non esserci alcun riferimento autobiografico. I personaggi di Razorama sono 'altro da te', fatta eccezione per le sensazioni che provano verso la natura, che probabilmente sono quelle che hai provato direttamente quando sei stato in Madagascar. Una sorta di maturità nei personaggi che racconti, che non riguardano più la tua vita come è stato per Jack Frusciante o l'Altro nome del Rock. Questo senz'altro è vero, però in un certo senso penso che questo distacco sia cominciato dopo "Tre ragazzi immaginari", in particolare con l'ultima parte di Tre ragazzi immaginari. Già lì c'era un'interrogazione verso il futuro che nasceva dalla consapevolezza che un certo giro era concluso. E poi in misure diverse, in Oscar Firmian e - penso soprattutto alla storia di Number and Faces - ne "L'altro nome del rock", credo di avere già provato a raccontare storie che - se ho visto - ho visto da comprimario, non storie di cui io o una specie di alter ego fosse il protagonista.
Qui però la sensazione è proprio netta. Si, qui credo che conti la cesura potente del luogo lontanissimo. E poi ci sono due situazioni molto rare: quella di un giornalista in capo al mondo, non per un reportage per un quotidiano o qualcosa del genere, ma per andare a vedere dove vanno in vacanza gli italiani negli ultimi tempi; e tanto più quella del catamarano. Sono situazioni poco comuni, certo non pensate perché la gente ci si riconosca o qualcosa del genere.
Te lo chiedevo soprattutto perché penso che una parte del grande appeal sia dovuto al fatto che c'è una grande capacità di immedesimazione che offri ai tuoi lettori. Con Jack Frusciante molti adolescenti ci si sono ritrovati del tutto. E' un libro che è stato preso in mano e apprezzato anche da molte persone che probabilmente ne hanno letti pochi di libri e spero che dopo ne abbiano letti un po' di più. Quello è un caso proprio a parte per quanto riguarda l'impatto delle mie cose sui lettori. E' quello che da un lato ha reso possibile tutto il resto, dall'altro però è una misura con cui non ti puoi confrontare perché se cerchi di confrontarti dal punto di vista della "cassetta" è già finito il gioco. Se cerchi a tavolino di vendere mezzo milione di copie… Certe ricette esistono, però non è più basso, chitarra e batteria, è una roba fatta al computer, in squadra.
Ho l'impressione che Jack Frusciante per te possa essere a volte un fardello, più che una cosa da portare in dote. Sinceramente mi sono reso conto, un po' alla volta - e soprattutto dopo - delle proporzioni dell'impatto di Jack Frusciante: il libro d'esordio più venduto del dopoguerra in Italia, oppure essere sulla Garzantina… E' qualcosa di sconcertante che però devi anche prendere così, non saprei come dire. Devi anche tenerelo presente nel suo aspetto paradossale, altrimenti sì che diventa un fardello. Invece per me è stato soprattutto un viatico per permettermi di fare quello che volevo fare. L'aspetto 'fardellante' è quello di confrontarsi con lettori che mettono sempre sui due piatti della bilancia il tipo di storie, il tipo di lingua che c'è in Jack Frusciante e quello che c'è nell'ultimo libro che hai scritto. Mentre i lettori che ti hanno seguito si rendono conto con molta più prospettiva di che tipo di curva c'è stata.
Per tornare a Razorama, l'idea del libro immagino ti sia venuta dopo essere stato in Madagascar. Anche durante. Ci sono stato due volte, nel 1999 e nel 2001 per circa tre mesi. Infatti la mia ragazza, dopo, ha dovuto cambiare lavoro! L'idea di una storia che avesse il Madagascar come sfondo in un certo senso ce l'ho avuta dal terzo giorno in cui ero lì. Il posto è talmente 'altro' che sarebbe strano il contrario. Però in realtà l'occasione concreta da cui è nata la storia, che poi è diventato un romanzo, è stato un racconto che ho sentito. Era il racconto di una persona nata in Europa e trasferitasi lì da ragazzo molto giovane. Un uomo ormai dell'età di mio padre. E dopo un sacco di tempo in cui eravamo colpiti di continuo da quanto sembrava completo e intero, intatto il loro mondo io ho provato a scriverne di questa sensazione, al di là del romanzo. Noi da qua riusciamo a pensare che al fatto che per loro morire non è un problema, al fatto di riconoscersi in un ordine superiore, però riusciamo a pensarlo con parole come la 'rassegnazione' e simili, mentre solo il fatto di essere in quel mondo te lo fa apparire come una pienezza e una ricchezza. Purtroppo il posto da cui parli fa molto la differenza. D'altro canto per noi, per quanto attratti, è impossibile entrare appieno nella loro società. Noi per loro rimarremo sempre dei 'vasà' bianchi, i turisti…
In Razorama uno dei protagonisti muore così, come se fosse di fronte ad una cosa assolutamente naturale. Non muore "vasà", ma come uno di loro, almeno dal punto di vista delle sensazioni. Si, credo che questo sia reso possibile dal fatto che muore dentro il canale. Ce la fa a rientrare dal mare aperto, anche se prossimo alla devastazione. Ho capito che qualunque storia avessi voluto ambientare là, tutta la scommessa era: se ci si crede al posto, ci si può credere anche al resto. Se il posto, raccontato da qua, sembra l'esotismo di Tom Mix o Diabolik, la scommessa è persa in maniera cocente.
Questo esotismo, probabilmente si vede anche un po' dai piani di narrazione utilizzati sul catamarano e sull'isola, che sono completamente differenti tra loro. In barca è quasi uno stile di cronaca con ritmi un po' più spinti, quasi cinematografici. La descrizione dell'isola è tutta su un altro piano, con la natura, il mare, i colori, le sensazioni, la luna… Anche con questo hai voluto probabilmente evitare un esotismo alla Tom Mix. Ho cercato di modulare la cosa. Sfruttare i due corni diversi della storia, cioè quella di Clerici e Adriano e quella del catamarano, in modo musicale, cioè far fare a uno la linea di basso e l'altro la chitarra, cioè la melodia. Rileggendo il libro, rivedendolo per le ultime volte, ho tagliato parecchie descrizioni, sequenze di descrizione nel corno "Clerici-Adriano", però allo stesso tempo non ho neanche voluto asciugarla. Mi piace che quella parte resti in ogni caso abbondante di descrizioni e che abbia l'andamento di un'ondulazione più simile a sé stessa di quanto non siano i capitoli del corno "catamarano Sant Just" l'uno rispetto all'altro.
Qual è la chitarra? Quale il basso? Il basso è la natura, il viaggio in macchina sull'isola. Le impennate di chitarra sono affidate al catamarano.
... continua con la seconda parte
Stefano Aurighi 09-07-2003
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Intervista a Brizzi
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