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Qualche domanda sulla scrittura. Vedo molto Carver sulla tua libreria, un autore che insiste molto sul rispetto della scrittura. Leggendo Razorama ho avuto l'impressione di una cura veramente profondissima della scrittura. Non che gli altri non fossero curati, ma questo è un libro - in un certo senso - non 'da comodino'. Su Razorama bisogna 'starci', perché è una scrittura così completa e così essenziale in ogni passaggio, che immagino abbia dietro un lavoro di limatura, di ripensamento, di stesura e ristesura più profonda rispetto ai libri precedenti. Si, senz'altro. Però ci sono anche delle cose che per me nel 2003 sono possibili e che nel 1999 non lo erano.
Ad esempio? Ad esempio, dal punto di vista tecnico è estremamente più facile raccontare cosa accade in una classe di liceo, che non su una barca in mezzo al mare. Raccontarlo, intendo dire, in una maniera per cui il testo è in grado di diventare uno scheletro robusto abbastanza per la storia. In generale staccarti da quelle che sono le esperienze più comuni, ti porta su terreni più aperti, scoperti, dove sei anche più facilmente bersaglio di errori, se gli errori si possono pensare come dei cecchini. Però, sono terreni molto più insidiosi. Questo non tanto per la questione dei nomi tecnici delle cose… Il banco so a memoria com'è; che i mulinelli servono a rotolare o a tendere le vele, me lo devo invece andare a studiare. Ma a parte quello, far vedere da fuori una barca è peso. Questo, voglio dire. Già in Oscar Firmian avevo provato la sensazione di raccontare determinate situazioni, ad esempio un paesaggio, provando a confrontarmi non con quello che sapevo già fare, ma piuttosto con dei maestri: né più né meno andarsi a prendere dei libri che reputi abbastanza incazzati alla bisogna e leggere come hanno fatto, come hanno fatto questi, come ha fatto Flaubert, non l'idolo di ieri l'altro. E da allora, in un certo senso, quello è stata una via che è sempre rimasta aperta con gli autori che vedi qua nella mia libreria, non con cose segrete. Però la figata è questa, il bello della promessa è questa: le cose sono disponibili. E' questione proprio di: vuoi entrarci in quel cazzo di studio con quella chitarra e uscire tra dodici ore, non prima? La differenza a 'sto punto la fa quello: quanto smartelli, quando ti stanchi? Quando lo rileggi venti volte e poi hai l'esaurimento nervoso o riesci a leggerlo cento volte? A 18 anni non ero capace di leggerlo cento volte. Per quello che io credo sia un modo onesto di approciarsi alla cosa, questa è la tappa 'dopo', più sofisticata rispetto all'approccio che può avere qualche sedicenne, dal più bravo al meno bravo, alla scrittura. Significa anche credere in alcune cose, per quanto mi riguarda. Cioè che Flaubert mi interessa e Proust non mi interessa. Cioè che autori che hanno cercato di raccontare - anzi, non me frega se hanno cercato di raccontare - diciamo che sono riusciti a raccontare una generazione o un clima, mi interessano molto di più di autori che hanno passato tutta la carriera a parlare dei cazzi loro. Da un certo punto di vista è inevitabile che sia il primo passo. Per freschezza è bene che resti anche un fiore non più toccato, perché fa schifo uno di quarant'anni che si veste da sedicenne. In un certo senso, ne parlavamo già prima, la tentazione - se ha avuto molto successo un libro che hai scritto a 19 anni - può essere quella di cercare di guardare "in là". Però "in là" è la direzione sbagliata, cioè la direzione per la nuca, le spalle, il culo, i talloni.
Questo dice molto anche sulla difficoltà di un mestiere come quello dello scrittore, che la gente reputa come l'emblema della vita romantica e spensierata, che invece è fatto di grande studio, applicazione e metodo. Così credo che si debba fare. Poi è ovvio che a quasi trent'anni è naturale che uno riesca ad applicarsi alle cose di più rispetto a quando sei uscito dal liceo appena ieri l'altro. Farsi tutt'uno con il proprio progetto, mentre prima puoi anche desiderare di tenere tante porte aperte, continuare a credere che potrai aprire il baretto alle Bahamas o in Nicaragua. Io, per quanto mi riguarda, a questo punto ho scelto: provare a continuare a fare quello che mi piace. Se diventerà impossibile pubblicare, non potrà diventare impossibile continuare a scrivere. Se pure nessuno vorrà pubblicarmi…
Tu continuerai a scrivere Spero proprio di si
Una scelta che va al di là della possibilità di pubblicare. E' anche fin troppo facile dire questo. Adesso io chiudo a fine mese con dei contratti per i libri e per dei pezzi che firmo per dei giornali. Se un domani mi trovassi in una situazione in cui devo mantenere una famiglia numerosa e questo non bastasse, magari uno si trova a dover andare a fare un altro lavoro. Dopo bisogna esserci nella situazione in cui stai otto ore da qualche parte per sapere se hai le stesse palle di rimetterti all'opera in maniera così totale nel tempo libero. Penso sia molto difficile. Però la battaglia di un uomo può essere anche cercare di difendere la possibilità di fare quello che gli piace fare. Io provo a battermi in questa direzione qua, anche perché so che altrimenti sarebbero solo rimpianti.
... continua con la quarta parte
Stefano Aurighi 09-07-2003
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Intervista a Brizzi
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