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INTERVISTA A ENRICO BRIZZI
L'autore di 'Jack Frusciante' e 'L'altro nome del rock' racconta a Stradanove il suo ultimo romanzo, 'Razorama', un'opera ambientata in Madagascar che si confronta con il mistero e l'avventura
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Elogio di Oscar Firmian trucco! Due domande da Marzullo, però te le devo fare.
   Beh, dopo che sono stato da Marzullo sono preparatissimo.

Ci sei stato?
   Si, un paio d'anni fa per Oscar Firmian.

Un consiglio 'spot' che vuoi dare a chi ama scrivere e vorrebbe in qualche modo migliorarsi. Ce n'è un esercito di persone così.
   Si, purtroppo c'è anche un esercito che preferisce affidarsi a dei cattivi maestri che non a quelli buoni: iscriversi a un corso, piuttosto che entrare in libreria e comprando qualcosa che ha già in sé le risposte.
   Intanto un primo discrimine sta nel fatto che pubblicare un libro e scrivere un libro sono due cose diverse. Nel senso che se guardi le classifiche di vendita, i libri da box-office sono i libri dei comici. Quello che voglio dire è che sono una vicinanza pericolosa, perché - mi sento improvvisamente mia nonna - non educano (la televisione tantomeno) a un uso e a una familiarità con il linguaggio, ma solo alla ricerca di effetti. Allora la vecchia gag della scoreggia incendiata sbaraglia tutta la produzione sulla scena.
   Il mio consiglio è quello intanto di cercare gli autori che meritano di essere seguiti e quali no. E' giusto anche che uno abbia delle opinioni personali, però diciamo che io mi sento a mio agio, mi sento a casa, a parlare con persone che preferiscono certi autori e certi libri piuttosto che altri. Questo non ha niente a che fare con il discorso democratico secondo cui ognuno ha i suoi gusti, ognuno è libero di fare quello che vuole. Questo non deve essere messo in dubbio in nessun caso, è chiaro.
Però credo che se non ci si intende su che cos'è la buona scrittura, sia impossibile passare al passo due. Quindi per quella che è stata la mia esperienza e per quella che sta continuando ad essere, la buona scrittura è un sapere che si trasferisce da una persona a un'altra persona, o 'multi-session', cioè scambio tra persone.

Questa è la buona scrittura?
   Si, per quello che ho visto io. La buona scrittura e tutti quelli che sono gli autori degni di figurarvi, di essere studiati. E' come per chi suona la chitarra, che studierà Clapton e i suoi vecchi dischi.
   Ha molto a che fare con la cultura orale, non tanto la buona scrittura, ma la trasmissione delle cose sulla buona scrittura. Probabilmente sono verità troppo abbacinanti per essere sul Venerdì di Repubblica o sulla stampa generalista o su riviste di critica letteraria che in fondo devono uscire ogni settimana o ogni mese con un altro numero.
   Se scrivessero la verità dovrebbero anche dire "cari lettori, questo è il nostro ultimo numero", con l'elenco delle letture da fare. Invece la loro fortuna è poggiata sul fatto di tenere tutto sullo stesso piano: il giallo cileno e la storia di una famiglia in Polonia nel 1800, recensiti fianco a fianco, com'è normale vedere nelle riviste. Per quello che so io ci sono almeno una dozzina di ottimi autori che ognuno dovrebbe frequentare.

Me ne dici qualcuno?
   Carver, Hemingway, Conrad, Flaubert, giusto per dirne alcuni. Ma allo stesso tempo ci sono anche i grandi libri, firmati da un autore che non è riuscito a esprimere, ad addensare allo stesso modo la sua poetica, la sua visione del mondo in tutti i libri. Che ne so, Stevenson secondo me ha scritto due grandi libri che sono Dottor Jekkyl e L'isola del tesoro. Altre cose non le ho trovate così entusiasmanti. I due titoli, per motivi diversi, sono invece altissimi come punti di scrittura.
   E' bene andare a cercare il più possibile lontano da posti in cui l'aria stagna, possibilmente vicino a grandi momenti di cambiamento, possibilmente vicino a 'voci' che hanno vissuto il cambiare del mondo generazionalmente.
   Però in generale non credo che la buona scrittura possa essere una specie di virtuosismo fine a se stesso, o che debba tendere a qualcosa del genere. In questo senso davvero mi sono trovato a disagio mille volte quando sono stato a parlare di Jack Frusciante nelle scuole. Verso la fine dell'incontro salta fuori una professoressa e mi chiede: "Ma qual è il messaggio"? Il messaggio non c'è, dico sempre. Se uno voleva scrivere il messaggio mandava la cartolina, anziché scrivere 174 pagine. I famosi 'contenuto e forma' sono davvero la stessa cosa, senza voler fare dei giochi da illusionista, nel senso che una storia si tratta anche di pensarla.
   Quando inizierai a scriverla la prima volta, il fatto che tu le abbia preparato un terreno piuttosto che un altro, inclinerà tutta la coltivazione in un certo modo e condurrà te a scrivere proprio quella storia e non un'altra.
   Vivo in una specie di nostalgia - non so se da pazzo o cosa - per come doveva essere prima di Platone, prima che si cominciasse a pensare in maniera separata: il mondo delle idee, il mondo delle cose.
   L'enorme macinare che è seguito a questo bivio, dato per buono, ha portato all'individualismo, agli idealismi, ai massimalismi, alle ideologie per le masse, nel senso che è di massa pensare per andare bene alle masse. Immagino che invece in Madagascar, dove per le persone che non hanno frequentato le scuole francesi, tutto questo è il mondo dei vasà.
   Insomma è qualcosa che si può vedere da fuori, ma non vivere. Penso davvero che questo bivio non sia mai arrivato, non ci sia mai stata una separazione.

Quindi in Madagascar siamo ad un'era pre-platonica...
   Si, sicuramente.

Adesso cosa stai leggendo e cosa stai scrivendo, se stai scrivendo.
   Sto scrivendo cose diverse, dei racconti. Ho un'idea di più ampio respiro, nel senso che di sicuro non penso che saranno il mio prossimo libro. Per il mio prossimo libro ho in mente una storia. Sarà un romanzo, suppongo, ma mi piace anche l'idea di procedere in parallelo con più progetti, proprio perché se ti stanchi di uno ti butti nell'altro. Sto curando il domani l'altro, non il domani.

Stefano Aurighi  09-07-2003

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