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INTERVISTA CON GIORGIO ALBERTAZZI
Il grande attore fiorentino ci parla di nostalgia, teatro e poesia
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Giorgio Albertazzi trucco!

LA VECCHIA SCENA ITALIANA FATTA DA GOLDONI, MOLIERE E SHAKESPEARE HA accolto già da tempo i testi del contemporaneo Arthur Miller, che Albertazzi giudica il più grande drammaturgo vivente. Abbiamo conosciuto Miller con “Morte di un commesso viaggiatore”, e ora il grande attore italiano ci ripropone un nuovo testo e un nuovo personaggio: Mr. Peters.
   “Il mondo di Mr. Peters“ non è una storia, ma il flusso dei pensieri di un uomo vecchio, che ha raggiunto gli ottant’anni con un aggrovigliarsi di tensioni, di domande, di ossessioni. Quest’uomo è l’alter ego di Miller, poi diventa quello dell’attore, e infine del pubblico.
   Il protagonista è un ex aviatore anziano, torturato da ricordi e da domande. Non ci racconta nessuna storia, se non quella della sua ricerca che rappresenta prima l’alter ego dello scrittore, e poi dell’attore. Giorgio Albertazzi ci parla di questo affascinante personaggio, di se stesso e del teatro italiano.

Ha interpretato Mr. Peters, provi ora a essere lo stesso Miller e a raccontarci questo testo con le parole dell’autore.
   Una volta chiesero a Miller di spiegare “Morte di un commesso viaggiatore”. E lui ha risposto: “Beh… ecco… è un commesso viaggiatore che muore”. Chi è dunque Mr. Peters? Probabilmente, seguendo questa logica, lui risponderebbe che era un signore che si chiamava Peters e cercava un soggetto nel mondo. Si continuava a chiedere: dov’è il senso? Forse è l’amore per le cose e per le persone del proprio passato.

Ha delle nostalgie simili a quelle che esprime Miller?
   Ultimamente sono tornato nella mia città, Firenze, e l’ho trovata molto cambiata. Non aveva più molto di quello che mi ricordavo. Ma la mia nostalgia non è come quella di Miller per i tempi della vecchia America, in fondo accetto di più la realtà di oggi di quanto faccia lui quando gli manca il banana-split. Un paese non si fonda sulle leggende, i monumenti, le chiese. Della mia città mi ricordo una pasticceria: quella sì che era Firenze; era il luogo di ritrovo.

E’ la prima volta che questo testo viene portato in scena nei teatri italiani. E’ una sfida ?
   Certo è una sfida. E’ un vizio del teatro italiano quello di sedersi un po’ troppo su alcuni autori della tradizione, mentre il gusto del rischio s’è un po’ perso. Non soltanto il teatro, ma tutto il mondo è seduto su una polveriera e sta franando. C’è qualcosa che sentiamo di stanco, di risaputo, di ovvio. Se Miller è alla ricerca del soggetto, il nostro teatro è alla ricerca di protagonisti e dello slegarsi dal testo scritto per riscriversi sul palcoscenico: un travaso, un travaglio, un tradimento. Ogni lettura, ogni traduzione, ogni interpretazione non è che un tradimento, cioè un passaggio da una cosa a un‘altra. E alcuni tradimenti sono sublimi. Adesso il teatro ha bisogno di questo “tradere”, di essere riscoperto, reinventato, reinterpretanto.

Un ottimo teatro che rapporto crea con il pubblico?
   Un’orgia. L’orgia che può accadere anche in due, e che anzi è proprio la più importante. Il teatro non deve fare le ammucchiate, ma le orge, sì. Che cosa vuol dire? Vuol dire che quelli che stanno dall’altra parte vorrebbero divorarci, mangiarci vivi. Invece alcuni tipi di teatro “contemporaneo” praticano la masturbazione, l’onanismo, fanno le proprio ricerche e il pubblico è a parte, può anche non esserci. Il pubblico inoltre è diviso in due branchie. Una è quella che vuole sentire, prima di capire. L’altra è quella che deve sempre capire tutto, i significati prima dei significanti. Ma il teatro è l’arte dei significanti. L’arte non li ha i significati e le risposte. Fa domande. Molti questo non lo accettano.

Ha avuto molti contatti anche con il cinema e con la televisione. Eppure ha sempre scelto, alla fine, il teatro. Come mai?
   Sono nato in televisione, diciamo che sono stato il primo “velino”. Al cinema ho portato cinque o sei film come regista, oltre alle decine che ho interpretato, e tutti hanno avuto premi internazionali. Oggi poi ho appreso dalla televisione che Lamanna farà un film con me, io non ne sapevo niente: dovrei fare Andreotti. Il cinema è bello, ma se lui è la pelle, il teatro è lo spirito. Anche la televisione piace molto, fa sfoggio di tutto quello che oramai interessa: dimenticare. Vogliamo ingannarci. Diventiamo sempre più futili, e l’unica cosa che ci può salvare è la poesia, e i poeti sono i grandi eroi del nostro tempo.

Carolina Lio  26-11-2003

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