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MATTHEW PEARL
Intervista all'autore de 'Il Circolo Dante'
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Matthew Pearl trucco! MATTHEW PEARL DIMOSTRA ANCHE MENO DEI VENTOTTO ANNI CHE HA. E’ UN PO’ UN enfant prodige: si è laureato nel 1997 in Lettere a Harvard e nel 2000 in Legge a Yale. Nel 1998 ha vinto il Dante Prize della Dante Society of America ed è il curatore della nuova edizione dell’Inferno tradotto da Longfellow. Lo abbiamo intervistato a Milano, di passaggio verso Courmayeur, per il Noir in Festival.

Perché ha pensato a Dante e ad usare le pene del contrappasso dell’Inferno dantesco come idea centrale del suo romanzo?
   E’ sempre difficile risalire al momento in cui è nata un’idea o al perché sia nata in questa forma. Diciamo prima come mi sono imbattuto in Dante: era il 1994 ed ero al secondo anno di college a Harvard. C’era un corso su Dante, io non lo conoscevo affatto, non lo avevo mai letto. I
   l corso era in inglese, tenuto da un professore italiano che aveva insegnato all’università di Edimburgo, ma c’era una particolare attenzione all’italiano, anche perché gli iscritti al corso venivano da vari dipartimenti, da quello di italiano, di letteratura… Eravamo una ventina di studenti, il corso prevedeva tre semestri e l’analisi di una cantica ogni semestre. Io ho seguito tutti e tre i semestri, ma il numero di studenti diminuiva ad ogni corso. E’ così che si è acceso il mio interesse, e, più tardi, ho cercato un’altra maniera per continuare a lavorare con Dante e da questo è nato il romanzo.

E perché lo ha ambientato nel secolo XIX? Sarebbe stata un’ottima idea anche ambientarlo nei tempi moderni.
   Quando studiavo Dante sono venuto a sapere del Circolo Dante, di come i membri del Circolo Dante avessero introdotto Dante in America. Da noi non è successo come in Inghilterra, dove la conoscenza di Dante è avvenuta gradualmente, nel corso degli anni. In America Dante è stato reso noto da un gruppo specifico in un momento specifico. Quindi, quando ho deciso la storia che volevo scrivere nel romanzo, era naturale che la ambientassi nel secolo XIX e inserissi quei personaggi veramente esistiti, di cui trovavo affascinante la dedizione al poeta italiano, proprio perché l’ambiente del loro secolo era così diffidente verso tutto quello che era straniero.
   Quanto alla possibilità di ambientare la storia nei tempi moderni- non sono arrivato al romanzo da quella angolazione. In realtà volevo scrivere di quel tempo e di quei personaggi e ho pensato ad una storia che andasse bene per loro. Quello che mi attirava in questa storia era come sarebbe stato modificato il modello del tradizionale intrigo giallo. Il modello classico è quello dell’assassinio a porte chiuse, e mi piaceva l’idea che in questa caso la stanza a porte chiuse fosse la conoscenza di Dante: solo quel piccolo gruppo di persone che aveva familiarità con l’opera di Dante era la stanza chiusa. Oggi è diverso. Dante è molto più conosciuto e si perderebbe la tensione che invece si ha se le persone coinvolte sono limitate: Dante diventa la stanza chiusa.

Ci sono altri temi di attualità nel romanzo: la guerra, per esempio, che in questo caso è la guerra civile, l’ultima guerra combattuta su suolo americano.
   Parte di quello che è veramente interessante di questo periodo di storia americana è proprio il periodo subito dopo la fine della guerra civile. In America si pensa molto a quello che accadde durante la guerra civile, ma è più insolito pensare agli effetti della guerra, ai traumi post-bellici. Allora non si aveva la comprensione di questo tipo di trauma da combattimento, l’intero paese soffriva di questo trauma senza comprenderlo. Volevo esplorare come i diversi personaggi fossero traumatizzati dalla guerra e come cercassero di ritrovare l’equilibrio. E la Divina Commedia può essere letta come il prodotto di guerre civili a Firenze e intorno Firenze, sono queste guerre che creano la violenza nel tono di Dante, da qui il nesso con il romanzo.
   Per quello che riguarda una visione attuale della guerra, ho ricevuto lettere che collegano la storia del romanzo con quello che accade in Irak. Ho scritto “Il Circolo Dante” prima della guerra e non pensavo a quello, ma è ovvio che i lettori trovino in quello che leggono qualcosa che illumina quello che sta succedendo. Mi piace che i lettori trovino altri messaggi in quello che ho scritto, dà l’idea che il libro sia un oggetto che vive.

E poi l’argomento dell’isolazionismo della cultura Americana: parla della diffidenza e della mancanza di curiosità verso la letteratura straniera nel secolo XIX. E’ cambiata l’atmosfera adesso? Arrivano in America le traduzioni degli autori europei?
   Domanda interessante. Ci sono delle statistiche su di questo. Penso che in Italia il 50% o il 60% di quanto viene pubblicato sia traduzione di opere straniere. In America la percentuale è del 10%. La situazione è un po’ cambiata per quello che riguarda gli autori del passato perché sono argomento di studio, ma penso che ci sia ancora riluttanza o incapacità da parte degli americani di penetrare la cultura straniera. C’è ancora l’isolazionismo che deriva dall’orgoglio nei confronti della cultura americana e poi anche dall’isolamento geografico. Nell’800 parte dell’isolazionismo era difensivo: i critici inglesi continuavano a dire che gli americani potevano solo copiare dagli esempi inglesi e quindi gli americani erano forzati in una posizione difensiva dalla percezione di non avere una loro cultura.

Un altro tema è quello della diffidenza verso gli stranieri, gli immigrati.
   Gli italiani in America erano molto pochi nel 1865: il censimento dice che c’erano 300 italiani a Boston e solo 3 a Cambridge, dove c’è Harvard. Erano quasi tutti esiliati politici che non crearono una comunità, erano in attesa di tornare in Italia, che non era ancora unita. La diffidenza verso l’Italia era dovuta al fatto che l’Italia rappresentava il cattolicesimo e in questo gli italiani venivano accomunati agli irlandesi, non si faceva differenza tra italiani e irlandesi. Dalla prospettiva americana era impossibile capire come si potesse essere americani e nello stesso tempo leali ad una potenza straniera, perché era quello che vedevano nel Papa: il capo di uno Stato straniero, una potenza politica.

Il razzismo.
   Il personaggio di Nicholas Rey, il primo poliziotto afro-americano è basato su documentazione storica, ma il personaggio è fittizio. Doveva essere un personaggio minore e invece i lettori mi scrivono che è il loro personaggio preferito. Volevo che ogni personaggio rappresentasse un aspetto di Dante: Dante è un esule e in Nicholas Rey volevo creare un esule nel dipartimento della polizia, è un sangue misto, non è accettato né dai bianchi né dai neri. Fa parte del modo in cui volevo presentare Dante, da parecchie angolazioni.

Scriverà un altro thriller, sarà un altro thriller storico, o scriverà qualcosa di completamente diverso?
   Ho già iniziato il secondo romanzo, sarà un altro thriller e combinerà la storia con il mystery, sarà ancora ambientato nel secolo XIX, tra America e Europa. Mi piace questo tipo di romanzo, perché spesso guardiamo alla letteratura come a qualcosa di accademico e non eccitante. E invece la storia della letteratura è piena di azioni coraggiose e audaci, come ad esempio quella di introdurre Dante in America. Vorrei cercare di drammatizzare quell’eccitazione nella storia della letteratura e convincere i lettori che la letteratura è qualcosa di attivo e di dinamico e può essere emozionante o anche pericolosa e violenta.

Matthew Pearl, Il circolo Dante, Ed. Rizzoli, trad. Roberta Zuppet, pagg. 538, Euro 16,80

Marilia Piccone  09-12-2003

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