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ABBIAMO INCONTRATO SANTIAGO GAMBOA A ROMA, DOVE VIVE GIÀ DA QUALCHE ANNO, per parlare con lui del suo ultimo romanzo, “Gli impostori”, una divertente rivisitazione di generi diversi con tre personaggi eccentrici che incarnano le nevrosi del nostro tempo.
Lei ha lasciato la Colombia quando era molto giovane: aveva già scritto qualcosa prima di andare via? Perché ha scelto di vivere in Europa? E perché Roma adesso? Ho scelto di venire in Europa perché in Colombia c’erano due possibilità, secondo i propri interessi e le inclinazioni famigliari. Se uno propendeva per l’area di studi umanistici, la direzione da prendere era l’Europa, se invece si era per gli studi scientifici, la meta erano gli Stati Uniti. La mia famiglia era più indirizzata per il versante artistico e io ho approfittato di questa congiuntura e sono approdato prima in Spagna, poi a Parigi e infine a Roma. L’Italia per me è un paese speciale, da bambino ho frequentato la scuola italiana a Bogotà, e poi la sento vicina, appartiene alla mia vita. Prima di lasciare la Colombia avevo scritto dei racconti giovanili che non conservo e qualche articolo su riviste letterarie.
I suoi libri precedenti sono ambientati in Colombia: è difficile scrivere del proprio paese per uno scrittore che vive lontano? No, per me è più facile. Trovo che sia difficile scrivere del paese in cui si vive. Così quando ero in Spagna potevo scrivere della Colombia mentre quando ero in Colombia scrivevo racconti fantastici. Adesso che sono in Italia posso scrivere della Francia in cui stavo prima: insomma, mi è necessario prendere le distanze.
“Gli impostori” è ambientato a Pechino, la città a cui aveva dedicato un libro di viaggio, “Ottobre a Pechino”. Uno dei personaggi si innamora di Pechino: è quello che è successo anche a lei? Sì, Pechino è una città attraente per un occidentale, per chi, come me, è nato nell’America Latina e ha anche un’esperienza europea. E’ una città in cui tutte le idee di città non servono più, è una città nuova che ha un linguaggio urbano sconosciuto. Mi piaceva perdermi nelle strade, andare in giro senza capire quello che succedeva intorno a me, essere solo per strada… Questo non sapere, non capire era per me una sensazione molto gradevole.
Un colombiano, un peruviano e un tedesco sono i tre personaggi principali del romanzo: c’è qualcosa di lei in ognuno di loro? O forse di più nel colombiano Suárez Salcedo? Sì, in tutti i personaggi ci sono cose che appartengono a me, ci sono io in tutti i personaggi perché altrimenti non saprei come costruire dei personaggi veri. Anche se non tutto deve essere vero in un romanzo, o in un personaggio, deve però essere costruito su esperienze vissute, devo aver vissuto io stesso esperienze simili. Così non sono mai stato un professore ma so che cosa vuol dire fare il professore, e sì, sono stato giornalista a Parigi come Suárez Salcedo, ho fatto studi di filologia come il tedesco Klauss anche se non sono tedesco, ovviamente.
Tra gli appartenenti alle varie nazionalità dell’America latina, c’è qualcosa che assomiglia ai sentimenti di rivalità o resti di vecchie inimicizie che percepiamo fra i vari paesi europei? Sì, fortissima. Per esempio c’è una rivalità tra Colombia e Venezuela per ragioni economiche e di confini, tra l’Ecuador e il Perù, tra Perù e Cile, perché sono culture molto simili. E poi ancora tra argentini e cileni e uruguayani. Questi attriti ci sono tra i paesi che sono simili tra di loro, non ci sono, invece, tra paesi lontani e diversi come l’Argentina e la Colombia.
Perché “Gli Impostori”? mi domandavo se non siamo tutti, chi più chi meno, degli impostori. Il nome di “impostori” viene dato nel romanzo dalla problematica personale dei tre personaggi: ha a che vedere con il fatto che sono personaggi che vogliono essere scrittori e non riescono ad esserlo; due su tre di loro vogliono fare il viaggio per cambiare vita, perché pensano che dopo saranno persone diverse. Tutti loro cercano un libro e così il manoscritto della trama gialla acquista un duplice significato, è anche il libro che vorrebbero scrivere.
Tutti e tre i personaggi sono in cerca di dare un significato alla loro vita, in più il peruviano Chouchén è anche alla ricerca delle sue origini. E’ anche il personaggio più patetico, nella sua smania di celebrità. Chouchén non aveva mai avuto contatto con il nonno e quando ha un problema vuole tornare alle origini e decide di tornare a Pechino. Rappresenta un tipo di scrittore che esiste, anzi è molto frequente, è lo scrittore senza scrittura: il personaggio simbolizza la voglia di essere scrittore senza però la scrittura. Vede se stesso in quel ruolo e vorrebbe la dolcezza della celebrità senza avere la qualità e il talento per meritarle. Lavora in maniera precipitata, non fa una vera ricerca letteraria, cerca di costruirsi una celebrità che non merita.
La vita e l’arte: come Klauss chiede a Chouchén, lei sarebbe disposto a vivere una vita tragica per scrivere un romanzo? No, questa è la risposta tipica per un personaggio come lui, perché non è coinvolto in un progetto letterario serio. Chi ha un vero progetto letterario non sacrificherebbe quello che è la cosa più importante per lui, la vita da cui prende il materiale letterario.
Nel romanzo si dice anche che solo in Cina il comunismo ha avuto successo: è stata questa la sua impressione quando è stato in Cina? Ho sentito fare questa osservazione da un economista americano a Shanghai e mi è parsa interessante l’opinione di qualcuno che avesse un punto di vista economico e non politico della situazione. Io ho cercato di capire, ma non saprei dire se capisco veramente e firmo io stesso quella frase.
La ricchezza della letteratura latino-americana: quali sono gli autori verso cui la letteratura europea ha un debito maggiore? Per dirlo con certezza bisognerebbe conoscere molto bene la letteratura europea contemporanea. Gli autori degli anni ’60 sono dei grandi scrittori: García Márquez, Fuentes, Cortázar, Vargas Llosas, Borges. Borges è importante per l’ecletticismo della sua cultura, per la sua lettura del passato: si leggono autori perché lui ne ha scritto; García Márquez ha creato un mondo magico e ha avuto un sacco di imitatori, Vargas Llosas è un genio dell’architettura del romanzo, Cortázar ha portato il surrealismo francese alle estreme conseguenze.
Mi pare, però, che il realismo magico abbia fatto il suo tempo… Il realismo magico è un’estetica che è proprietà di uno scrittore, García Marquez. Poi ci sono stati altri scrittori che lo hanno ripreso, vedendone il successo. E’ un tipo di letteratura scritta per essere letta fuori dell’America Latina perché risponde a questa idea eurocentrica, l’idea di esotismo, di evasione, di rivoluzione, di utopie europee viste nell’America Latina.
Santiago Gamboa, Gli impostori, Ed. Guanda, trad. Pino Cacucci, pagg. 281, Euro 15,00
Marilia Piccone 21-06-2004
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