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IN OCCASIONE DELL’USCITA DEL SUO NUOVO ROMANZO, “TROPPO AMORE”, STRADANOVE HA intervistato la scrittrice spagnola Almudena Grandes, nata a Madrid nel 1960, autrice, tra gli altri libri, di “Le età di Lulù”, “Malena è un nome da tango” e “Gli anni difficili”.
Nel suo romanzo c’è quella frase bellissima, “era il 1984, e noi avevamo vent’anni, Madrid aveva vent’anni, la Spagna aveva vent’anni”, che sembra carica di nostalgia. Anche lei aveva più o meno quell’età allora: ha nostalgia di quei tempi, non forse dei vent’anni, ma dell’atmosfera che si respirava allora? Eravamo adolescenti, in un paese adolescente, in una città adolescente. Franco era morto nel 1975. Eravamo dei privilegiati, e proprio per questo è stato tanto più difficile rendermi conto che tutto ciò che conquistavamo poteva sfumare alla velocità del vento. Ma erano anni febbrili, di conquista.
Quanto si è allontanata la Spagna da allora? Si è allontanata molto da allora. E bisogna considerare gli anni politicamente bui e difficili sotto il governo precedente a questo: quando ho scritto questo romanzo era il 2003, un anno molto duro, doloroso, quello dell’attentato al treno. Ho scritto questo romanzo per dare una speranza, per dimostrare che la Spagna un tempo ha conosciuto momenti felici. E infatti adesso, con Zapatero, siamo usciti dal tunnel.
Perché ha scelto tre studenti di Belle Arti negli anni ‘80? Gli anni ’80 sono stati anni speciali, come ho detto. L’arte è una sorta di contrappunto all’amore, al sesso, al carattere dei protagonisti e ne dimostra la forza e la debolezza insieme. Il protagonista che è bravo nell’arte è fragile in amore e viceversa. Un verso di Lorca all’inizio, “ma il due non è mai stato un numero, perché è un’angoscia e la sua ombra”, introduce il tema del tre, diverso all’inizio di ogni capitolo. Il tre è un numero dispari, il tre è un numero a parte, il tre è un numero pari, il tre non è mai stato un numero: una storia singolare di un triangolo amoroso, così innocente, almeno finché non perde la gioia, diventando un numero pari. Un tre amoroso non è un tre, ma un numero che corrisponde a due più uno. Uno dei tre soffre sempre. Non importa se è uno che soffre all’inizio o alla fine. Magari non lo sa, ma c’è sempre un perdente. Non credo al successo del trio in amore.
Era inevitabile che una storia a tre finisse in tragedia? Sembra quasi la cacciata dal paradiso terrestre. E’ così. Il trio è un insuccesso, è destinato a fallire. Ma non volevo sostenere nessuna tesi in questo romanzo. Sono una scrittrice. Mi interessano le vicende umane, non le tesi. L’amore a tre non era di per sé impossibile, non era questo che mi interessava dimostrare. Diventa un amore impossibile, finisce in tragedia per una serie di vicende.
Colpisce che questo NON sia un romanzo erotico, anche se sarebbe stato tanto più facile che lo fosse, ma un romanzo di “troppo amore”, mi pare molto lontano dalle “Età di Lulù”. Non mi interessavano gli aspetti erotici della vicenda, ma quelli umani. Se poi il sesso è connaturato all’amore, è un altro discorso, ma non ho voluto scrivere una storia di erotismo. In questo senso, sì, siamo lontani dal mio primo romanzo, come lo sono stati, più o meno, tutti i miei ultimi romanzi. Persino il titolo, scelto dal mio editore italiano, mi sembrava fin troppo allusivo. Io avevo scelto “Castelli di cartone”, dalla canzone popolare spagnola di quegli anni. “Castelli di cartone” perché i miei personaggi hanno costruito una fortezza, ma con un materiale troppo fragile. E’ un romanzo sulla fragilità e sulla forza, sulla potenza delle cose fragili.
“Castelli di cartone” sono anche le parole della canzone che dice anche “para ti, nos buscamos el paraiso”, sembra quasi che la storia del romanzo si modelli su queste parole, una canzone degli anni ’80, immagino? Sì, quella canzone è l’inno nazionale di quegli anni irripetibili. Si intitola “Para ti”. E’ talmente famosa che per uno spagnolo il titolo originale del libro, “Castelli de cartone”, è facilmente identificabile con quello della canzone.
Colpisce anche che i tre giovani sembrino vivere fuori dal mondo, chiusi in casa, nel loro mondo d’arte e di amore. Non c’era anche un coinvolgimento politico in quegli anni? I protagonisti vivono in una loro dimensione, quasi una bolla di sapone, una nicchia dalle pareti trasparenti. Vivono la loro storia di innocenza in quegli anni. Una storia come questa non poteva ambientarsi che negli anni ’80, anni di libertà, di speranza, di gioventù e di innocenza. In questo senso la storia ha anche dei risvolti politici. Non è avulsa dal clima politico di quel periodo, gli anni della movida.
Il suo romanzo precedente ,”Tempi difficili”, era molto diverso, sia per lunghezza, sia per numero di personaggi, da questo- anzi, mi pare che questo sia il più denso, il più “compatto” dei suoi libri. Questo è un romanzo anomalo per me. In quanto alla misura è meno corposo dei precedenti. In realtà, quando ho incominciato, stavo scrivendo per me- non su commissione- un libro di racconti dedicati a figure di protagonisti adolescenti. Inizialmente, dunque, la storia aveva la misura di un racconto. Poi mi sono accorta che stava crescendo, che aveva bisogno di una struttura più ampia, di un respiro più profondo. Ed è diventato un romanzo a sé, con una vita propria, densa, compatta.
Almudena Grandes, Troppo amore, Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg.166, Euro 13,00
Marilia Piccone 05-10-2004
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