25 ANNI DI CARRIERA E UN AMORE SMISURATO PER IL ROCK continuano a fare di lui uno "Sbandato" della musica italiana, dallo stile decisamente sui generis.
Sbandato è anche il titolo dell'ultimo disco di Edoardo Bennato, che segna in qualche modo una svolta per il cantautore napoletano. L'album, prodotto dallo stesso Bennato con Gigi De Rienzo e realizzato tra Napoli e Dublino nel 97/98, è un po' un ritorno alle origini con la rabbia di sempre e una buona dose di sincerità. Forse parlare di un disco, l'ultimo di una fittissima serie (vedi alla voce "Sono solo Canzonette" o "Abbi Dubbi" solo per citarne due) non rende giustizia al cantautore napoletano. Anche se poi la musica è sempre un ottimo spunto per dire qualcosa. E Bennato dirà la sua nel concerto che lo vedrà protagonista al Vidia Rock Club di Cesena il prossimo febbraio (in data da definirsi).
Sarà un concerto spettacolare - esordisce il cantautore - ricco di cambi di scena. E poi naturalmente ci saranno anche tutte le mie canzoni più significative di ieri e di oggi.
Tu hai sempre rifiutato di fare dischi sulla scia dei meccanismi che regolano l'industria discografica e televisiva: oggi per chi fa musica è difficile rimanere coerenti con questo tipo di concezione?
Non credo, agire come io ho sempre fatto significa prima di tutto difendere la propria libertà. Senza la libertà, ciascuno di noi perde la stima di se stesso. Io mi ritengo fortunato perché pur restando sempre al di fuori di certi meccanismi ho ottenuto dei risultati. Ci sono dei musicisti, anche bravi, che invece non sono riusciti ad arrivare al successo.
Come titolo dell'album hai scelto Sbandato; è inevitabile, nel contesto in cui viviamo oggi, essere o sentirsi degli sbandati?
Forse sì. È uno stato d'animo che fa parte dell'epopea che ci sta passando davanti, carica di dubbi, di tensioni. Non riusciamo a stare al passo coi tempi, la vita corre veloce e siamo tutti un po' sbandati.
Quest'ultimo disco come lo collocheresti rispetto a tutta la tua produzione precedente?
È il più bello che ho fatto in assoluto. Non è facile essere obiettivi, ma credo che questo lavoro, anche dal punto di vista musicale sia forte.
Il rock in Italia a tuo parere è in buona salute?
Non lo so, ma non mi interessa neanche.
E dei nuovi gruppi italiani che cosa ne pensa?
Ce ne sono tanti di bravi.
Perché secondo te la critica spesso ha definito gran parte dei tuoi dischi, da un certo punto in poi, meno "arrabbiati" rispetto agli esordi?
Probabilmente perché non li hanno ascoltati con attenzione. Faccio un esempio: l'album "Abbi Dubbi" dell'89, contiene un brano "Zen", che parla del quartiere omonimo di Palermo ed è tra i più polemici e carichi di tensione che io abbia mai scritto.
La tua Napoli, fonte di ispirazione di tante canzoni, come è cambiata nel corso degli ultimi anni?
Tutto cambia, tutto si evolve, con i suoi ritmi. Se negli anni 70 sorgevano le prime aree pedonali a Stoccolma e negli anni 80 arrivavano a Milano, quest'anno ci sono anche a Napoli. Non so se mi spiego. È la logica normale dell'evoluzione. Purtroppo questa situazione fa parte dell'educazione che riceviamo. Dalla scuola in poi sempre più spesso ci mettono i paraocchi.
Tornando alla musica tu sei sempre attento ai mutamenti e alle evoluzioni delle sonorità?
Sì è importante usare la tecnologia e farlo in modo giusto. Il cd a questo proposito contiene una traccia interattiva. Con una cinepresa digitale ho registrato tutte le fasi salienti della realizzazione del disco e praticamente ne è uscito un film di otto minuti, una sorta di complemento dell'album.
Per informazioni sul concerto tel. 0543/60738
Francesca Molari 24 dicembre 1998