
Naufraghi su un’isola deserta. Il tema non è nuovo, eppure, come sempre accade quando un soggetto è già stato sfruttato, le varianti dipendono dalla personalità dello scrittore, cosicché non è mai lo stesso libro che leggiamo. L’esempio più antico e più illustre (riferimento inevitabile, citato anche da un personaggio di “Prigionieri del Paradiso” di Arto Paasilinna) è “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe, presunta storia vera dell’avventura capitata al marinaio Alexander Selkirk. Robinson è il maestro di tutti i naufraghi, perché non si perde di coraggio, perché capisce che, per sopravvivere, deve organizzare la sua vita modellandola, per quanto possibile, su quella che si è lasciata alle spalle.
Robinson è solo (almeno fino a quando appare Venerdì), a differenza dei piccoli naufraghi de “Il signore delle mosche” di William Golding e del romanzo di Paasilinna. Non deve affrontare, quindi, i litigi, le disparità di vedute e i problemi disciplinari che si pongono invece ai ragazzini di Golding e al gruppo di inviati dell’ONU di Paasilinna. Mentre un’ulteriore differenza (oltre all’età dei protagonisti) tra i libri di questi due scrittori, l’inglese che ha vinto il premio Nobel nel 1980 e il finlandese Paasilinna, è nel significato finale del libro: pessimista il primo, che non condivide affatto con Rousseau l’idea che l’uomo sia buono per natura, e ottimista il secondo, che, come dice il titolo del romanzo, vede un Paradiso nell’isola lontana dalla società, in cui tutti lavorano per tutti, senza beni di consumo, senza l’uso della moneta, senza ritmi frenetici. Potevamo aspettarci qualcosa di diverso da Arto Paasilinna, capace di scherzare anche davanti alle tragedie più grandi?
Quarantotto persone- tra passeggeri, piloti e hostess- si salvano nel forzato ammaraggio del Trident che trasporta una missione ONU di aiuto per lo sviluppo del terzo mondo, e l’avventura è raccontata da un giornalista finlandese, che ha l’umorismo irresistibile dello stesso Paasilinna. Dopo lo sconcerto iniziale, si tratta di organizzare la vita sull’isola e non si sfugge alla necessità di nominare dei capi, di organizzare squadre di lavoro e di caccia, di stabilire persino le punizioni per chi si comporta male: rubare il cibo, ad esempio, è una colpa grave, passibile di frustate per gli uomini e in bagni forzati in mare per le donne.
Alcune delle trovate di Paasilinna sono esilaranti- ad esempio la distilleria di alcol che viene prima impiantata di nascosto e poi resa ufficiale-, altre sono astute, come il frigorifero fatto con la tela dei giubbotti di salvataggio, o gli ami da pesca ottenuti dalle spirali che sarebbero dovute servire per la pianificazione famigliare (quanti milioni di bambini nasceranno a causa di questo incidente?). A proposito di contraccezione, si deve installare anche un consultorio: il clima caldo, la solitudine, l’assenza di divertimenti, la presenza di ventisei donne e ventidue uomini rendono inevitabile una certa promiscuità godereccia.
Non si vive affatto male sull’isola, una volta che si è installata una routine e c’è cibo per tutti. Ma, per chi vuole tornare, c’è un’idea fiammeggiante: abbattere gli alberi, ammonticchiarli, disegnare con questi un gigantesco SOS e darci fuoco, in modo che possa essere visto dallo spazio. L’impresa ha successo. Ma, a questo punto il dilemma per i naufraghi (per alcuni di loro, almeno) è se valga veramente la pena di lasciare il Paradiso per riprendere la vita di prima, che, se non è l’Inferno, ci si avvicina molto. E forse anche qualche lettore sarebbe disposto ad ammarare su un’isola deserta, dopo aver letto il romanzo di Paasilinna.
Arto Paasilinna, Prigionieri del Paradiso, Ed. Iperborea, trad. Marcello Ganassini, pagg. 199, Euro 15,00